L’antropologia di Antonia Bertocchi

“Il ruolo della Neotenia umana, nella variabilità genetica e culturale” relazione presentata al XV Congresso A.A.I. sul tema: “Variabilità umana e storia del popolamento in Italia”, Università di Chieti, 28-30 Settembre 2003 ATTI pubblicati da Edigrafital, Teramo 2005).

Abstract
La specie umana possiede una variabilità bio-culturale che le ha consentito l´adattamento ad ambienti estremi: dall’equatore ai poli, passando per i climi tropicali e temperati, ma si trova oggi in una situazione di disadattamento perché ha innescato un ciclo autocatalitico catastrofico tra: pressione demografica, tecnologia diretta alla distruzione delle risorse e all´inquinamento, e guerre per garantire il soddisfacimento elitario di falsi bisogni (hybris).
La tesi proposta è che la Neotenia costituisca quel nodo problematico non più eludibile, il cui scioglimento potrebbe svelarci i segreti della natura umana e aiutarci ad individuare, descrivere e correggere le erronee convinzioni che stanno alla base dei nostri comportamenti autodistruttivi.
La condizione neotenica infatti, è potenzialmente svantaggiosa, perché rende l´essere umano idoneo alla funzione riproduttiva quando il resto del suo organismo si trova ancora, rispetto alle altre antropomorfe, in uno stato di immaturità psico-affettiva (fetalizzazione). In essa è implicita una costitutiva ambivalenza emotiva nei confronti dello stesso oggetto. Di qui il disorientamento, percepito come “caos”, verso il pool informazionale (Ecofonti), degli input ambientali, e la difficoltà nel selezionare prontamente quelli significativi e affidabili per la sopravvivenza.
La selezione naturale premiò allora quelle società nelle quali non solo la prole inetta non fu abbandonata ma curata e portata all´età riproduttiva, ma che riuscirono ad elaborare anelli di retroazione informazionale equivalenti a mappe cognitive ecologicamente valide per la sopravvivenza a lungo termine del sistema socio-economico.
Tali sono i sistemi ricorsivi mito-rito e i loro contenitori simbolici, grazie ai quali le società di interesse etnologico e folklorico hanno saputo esercitare il processo metaforico che va considerato come una vera e propria funzione biologica.
Se la Neotenia è compensata da processi di codificazione magico-religiosa che elaborano per ogni diversa nicchia ecologica varietà culturali ad essa isomorfe al variare degli ecosistemi nello spazio e nel tempo, si ha l´adattamento. Al contrario il disadattamento è la conseguenza di processi di deculturazione che sostituiscono all´epistemologia cibernetica del sistema mito-rito, quelle che Gregory Bateson ha denunciato come “Patologie dell´Epistemologia”. Esse sono contro-adattative perché inibiscono la variabilità culturale e favoriscono l´omologazione che cancella le identità etniche e riduce le persone a macchine per il consumo e lo spreco.
I contenitori simbolici dei miti e dei riti invece, criptano i codici relazionali adattativi, ovvero risolutori dei conflitti di ambivalenza emotiva, che rendono l´uomo capace di controllare la hybris e far prevalere l´empatia e il rispetto sacrale per la vita in tutte le sue manifestazioni.
I contenitori simbolici devono quindi venir indagati e classificati con gli strumenti dell´Antropologia Generale e dell´epistemologia Cibernetica, se vogliamo recuperare quella capacità di adattamento bio-culturale che ci aveva fatto degni di partecipare al grande gioco della Coevoluzione.

La neotenia è quel processo per cui gli stati giovanili dei progenitori, diventano gli stati adulti dei discendenti. Esempio classico è quello dell’Axolotl, urodelo messicano che vive e si riproduce allo stato larvale. Si ritiene che la Neotenia abbia svolto un ruolo nella Macroevoluzione e che i vertebrati siano derivati da girini di tunicati diventati sessualmente maturi (Luria S. Gould S.G. e Singer S. 1983 pp. 563-65).

La nostra specie presenta una singolare combinazione di caratteri ritardati e accelerati che sono stati descritti e discussi in dettaglio da Stephen Jay Gould (1977, rist. 2002). (Img da 27 Aquatic lifeforms you never caught while fishing).

Tra i caratteri ritardati (perdita del pelo, pollice più lungo, imene, sutura delle ossa nasali, sutura delle ossa craniche (verso i tre anni), assenza di migrazione ontogenetica delle orbite (condivisa con le platirrine) piede fetale, assenza di tubercoli coccigei, convessità lombo-sacrale della colonna vertebrale), focalizziamo la nostra attenzione sul seguente sistema integrato di caratteristiche:

– Posizione centrale dell´articolazione cranio-vertebrale, che indica l’acquisizione della stazione eretta;
– Sviluppo rallentato dei denti (a volte i molari detti “del giudizio”, non spuntano neppure);
– Stato di ossificazione relativamente fragile;
– Cranio ortognato (si noti la somiglianza tra i crani fetali di scimpanzé e uomo, con il cranio dell´uomo adulto più simile a quello fetale di entrambi, che non a quello di scimpanzé adulto.

Homo appears to be a neotenic ape. Mandibular portion of human skull grows slowly wrt cranium (negative allometry) – Juvenile apes & humans resemble each other. Relatively enlarged cranium of Homo is a retained juvenile trait.

La neotenia del cranio e del cervello implica una loro crescita extra uterina che, alla nascita è del 23% del peso del cervello dell´adulto e alla fine del primo anno è del 35%, mentre nelle antropomorfe è del 50% alla nascita (Dobzhansky Th 1965 p. 199). Inoltre va tenuto presente che la parte del cervello che determina i comportamenti, matura oltre i 20 anni (Oliverio A. 2000).

Il mento è un caso molto interessante di neotenia, perché non è un carattere definito, codificato da alcuni geni, su cui agisca direttamente la selezione naturale, bensì un sottoprodotto della velocità di crescita differente, delle varie parti della mandibola (scheda n° 26 A in Luria et al. Op cit.). Il Prof. Chiarelli ci ha presentato una tavola comparativa della filogenesi ed ontogenesi umane dell´angolo mentoniero, in rapporto all´angolo mentoniero dei Primati, nel contesto dello studio dei processi di verticalizzazione del cranio (Chiarelli B. 2003 p. 568 fig. XVI.6).

Siccome la discesa neotenica della laringe, non comporta di per sé alcun vantaggio, ma anzi, rischio di soffocamento, è stata capovolta l´ipotesi che lo sviluppo del cervello abbia permesso all´uomo di parlare. Al contrario, secondo l´ipotesi di Jenny Saffran, e Richard ed Elissa Newport (Science: 13 Dic. 1996), ripresa e discussa da Piattelli-Palmarini M: 1997, sarebbe stata proprio la sopravvenuta possibilità di raffinata produzione di suoni, regalataci dall´abbassamento neotenico della laringe, a spostare la spinta selettiva a favore di coloro che possiedono un cervello capace di comprendere e costruire il linguaggio.

Diversi autori concordano nel ritenere che la curiosità, che nell´uomo si prolunga per tutta la vita, costituisce un carattere neotenico, e l´hanno posta alla base dello sviluppo della cultura.

Morin E. (1974 p. 88), ha tracciato un modello cibernetico delle relazioni tra cerebralizzazione, giovanilizzazione e sviluppo della cultura e della complessità sociale, che ha sviluppato in un altro schema, da lui chiamato “antimodello” (Morin E. cit. p. 94) in cui evidenzia le recursioni tra livelli organizzazionali di autosviluppo e autoriproduzione del sistema socio-culturale, assegnando un ruolo centrale al paleolinguaggio.

Il protolinguaggio dei primi ominidi, ha avuto origine dalla comunicazione “fàtica” dei primati (La Barre W. In Sebeok Th. A., Hayes A.S. e Bateson M.C. – 1970 a cura di -, pp. 300 e seg.), come dimostrano la analogie tra il linguaggio degli scimpanzé e i suoni a schiocco dei boscimani (Sharf J.H. e Stopa R. in Eibl-Eibesfeld 1993 p. 347). Essi appartengono alla famiglia linguistica Khoi-San, la più antica (Cavalli-Sforza 1996 p. 225). Analogie che si riscontrano anche nei lattanti (Eibl-Eibesfeld I. op. cit. p. 347) e nel “baby talk” (Eibl-Eibesfeld I op. cit. pp 135-146).

Secondo l´ipotesi di Le Cron Foster M. (1978), infatti, le prime forme di ritualizzazione vocale che hanno dato origine al linguaggio umano, risalirebbero al protolinguaggio. L´ipotesi è confermata dalla Paralinguistica e dalla Cinesica (Sebeok, Hayes e Bateson op. cit.) con gli studi sui linguaggi tamburellati e fischiati e sulle lingue tonali; dall´Etnomusicologia (canto magico in Combarieu J. 1982 pp 62-138); dal Fonosimbolismo (Dogana F. 1983); dall´Antropologia del gesto, che ha rivelato la presenza di un simbolismo legato al lato destro e sinistro che ben riflette la dominanza cerebrale (Chiarelli B. 2003 Vol I cap. XV e XVII pp 559-620).

La connessione tra aspetti vocali e gestuali del linguaggio, è confermata dalla scoperta dei “neuroni specchio” (Rizzolatti et al. 1998): popolazioni di neuroni che hanno funzione sia sensoriale che motoria e intervengono “nell´esecuzione di precise sequenze di atti motori distali, come la gestualità e l´articolazione del linguaggio” (Chiarelli B. 2003 Vol. II p. 90) che hanno entrambe sede nell´area di Wernicke (Divo G. 2003).

Studiando le corrispondenze tra le funzioni dei neuroni dell´area 5 del cervello del macaco e dell´area del Broca nell´uomo, e quelle tra i neuroni del canale temporale superiore in alcune antropomorfe e dell´area di Wernicke (che sono interconnesse), Rizzolatti ha scoperto che i neuroni “specchio”, rappresentano in modo speculare l´azione motoria di un animale nel cervello di un altro, per cui i concetti non sorgono nella mente solitaria di un individuo, ma grazie alla comunicazione e alla interazione con gli altri. “Il sorprendente legame tra il nostro agire e quello degli altri, potrebbe essere alla base del comportamento altruistico, come ha recentemente suggerito Jeane Pierre Changeux, e rappresentare la base naturale, biologica, del comportamento etico” (Papa S. 2003 p. 63).

Mirror Neurons, a particular class of visuomotor neurons that allows understanding through observation and in the long run imitation, could be one of the most revolutionary discoveries of the last decade; and such a claim is evident n the attempt to use the mirror neuron mechanism on various fields of knowledge: neurology, psychology medicine, linguistics, evolution and various philosophies.
Rizzolatti and Craighero (2004) made a visual mapping of the brain to locate mirror neurons which respond to emotions. In doing this study, they have taken into consideration two types of factors.

Possiamo aspettarci interessanti ricadute di questi studi, sulla Bioetica Globale (Chiarelli B. 2003 cap. XVII Vol II) e sulle basi neurofisiologiche e filogenetiche del mimetismo, della ritualizzazione e dell´empatia e del raccordo cibernetico mito-rito, dagli animali all´uomo.

Il rallentamento dello sviluppo del cervello ha consentito ai neuroni di conservare caratteristiche giovanili, cioè la possibilità di moltiplicarsi e, pertanto, di organizzarsi in mappe neuronali in competizione darwiniana, sottoposte alla selezione di regole epigenetiche (Edelman G.M. 1987; Changeux J. F. 1983). Dal momento che lo sviluppo cerebrale incontra limiti di tipo metabolico nella gestazione e nel canale del parto (Messeri P. 2003 in Chiarelli B. 2003 Vol I° p. 601), è logico che l´evoluzione abbia premiato i cervelli che, a parità di dimensioni e di costo energetico, potevano svolgere e integrare un numero più elevato di funzione, grazie al contestuale sviluppo della neocorteccia, del cervelletto e del corpo calloso (Fabro F. e Bava A. 1989 pp. 126-128).

Questo processo di auto-organizzazione tuttavia, non procede “motu proprio”, secondo un´evoluzione ortogenetica indipendente dall´ambiente, ma secondo una coevoluzione adattativa, rispondente non solo alle sfide dell´ambiente esterno, ma anche a quelle dell´ambiente interno, dal momento che l´uomo è disturbato da una condizione di costitutiva ambivalenza emotiva, dipendente dall´immaturità psico-fisica che la neotenia comporta.

L´ambivalenza infatti induce instabilità per la difficoltà di padroneggiare pulsioni configgenti che non riguardano solo uno stesso oggetto, ma che sono intrinsecamente ambivalenti (Klein M. in E. F. G. 1991).

Il processo metaforico

Nella nostra specie quindi, il processo di “mappizzazione” (Wilden A. e Wilden a Mac Coe in Bertocchi A 2003 b), deve mappare contemporaneamente i territori geografici e quelli del cosmo, della società e dell´anima. Esso ha innescato una selezione tra mappe neuronali, per formare “mappe cerebrali di rappresentazione del mondo e dell´azione (Fasolo A. 1997 p 43), dalle quali è emerso qualcosa di completamente nuovo: il processo metaforico, che tali territori è in grado di integrare in una visione del mondo socialmente condivisa e praticata.

Non si tratta di semplice produzione di simboli, ma di un particolare modo di collegarli, secondo la logica dell´abduzione. Esso deve essere considerato un processo biologico (Bateson G. 1997), che ritengo si sia evoluto per salvare la psiche dal caos dell´ambivalenza.

Secondo Lakoff e Johnson (1984, 1999 in Chiarelli B. 2003 Vol II° cap XVIII°), le fondamenta stesse del pensiero e dei concetti hanno natura metaforica. Non a caso ho portato l´esempio del mento. Tale esempio mi dà la possibilità di esprimere una metafora: così come il mento emerge dai processi di crescita rallentata e differenziata della mandibola, senza essere codificato dai geni, allo stesso modo il processo metaforico nasce dalla selezione epigenetica delle mappe neurali.

Come ho dimostrato in studi e ricerche culminate nei Congressi di Torino e di Firenze (Bertocchi A. 2003 a) b), l´esercizio del processo metaforico permette di codificare e ritualizzare nella categoria epistemologica del “sacro immanente”, complessi sistemi di ambivalenza proprio-ed-etero-cettivi, in miti e riti organizzati in sistemi ricorsivi che facilitano l´introiezione informale e formale delle norme sociali.

Tali norme, di sacro rispetto per la natura, hanno favorito la sopravvivenza a lungo termine della nostra specie, consentendole di adattarsi a qualunque ambiente. Ritengo pertanto che il processo metaforico sia ciò che ci caratterizza come specie: il nostro specie-specifico dispositivo di adattamento.

Recenti studi sulla lateralizzazione cerebrale, hanno chiarito che la messa a punto di mappe, metafore e narrazioni, costituiscono importanti competenze dell´emisfero destro (Chiarelli B. 1987 pp 157-158).

Attraverso il processo metaforico l´uomo ha cominciato a narrare sogni e miti delle origini nei quali il caos veniva ordinato in “cosmo”, e a codificarli in sistemi ricorsivi mito-rito (quali i riti di iniziazione e di autorinnovamento dei cicli cosmici), secondo il principio cibernetico Foersteriano dell´ “order from noise” (Atlan H. 1974), per cui gli eventi-rumore, contribuiscono ad aumentare l´ordine dei sistemi complessi.

Si tratta di un principio universale, comune a tutti i sistemi viventi che contrasta il II° Principio della Termodinamica, introducendo nell´Entropia, la Neghentropia.

Con la codificazione metaforica del “sacro immanente”, il caos (interno ed esterno), viene trasformato in misura culturale di ordine e organizzazione, poiché attraverso l´elaborazione di spiriti e divinità, viene interposta una mediaizione tra la realtà e la percezione. Morin E. (1974) ha definito tali entità “potenze noologiche”, e ha loro riconosciuto una funzione di compromesso non solo con l´ambiente esterno, ma anche con le potenze nosologiche interne, insieme al mito, al rito e alla magia. Esse corrispondono a quei contenitori simbolici che sto studiando dal punto di vista etnostorico (Bertocchi A. 2003 a) e cibernetico, quali codificatori di anelli di retroazione informazionale che ho teorizzato come “Ecofonti” (Bertocchi A. 2003 b).

Dal canto suo Gil J. (1983 p 27), assegna un ruolo determinante all´istanza magico-religiosa, nella gestione politica dei beni e delle forze, la cui importanza viene rimossa dalla cultura dominante, mentre il suo approfondimento antropologico potrebbe essere di grande aiuto proprio ai sociologi e ai politici.

La funzione di collegamento che il pensiero magico-religioso e metaforico mantiene tra mappe neuronali e mappe cognitivo-emozionali, è stata descritta da Oliver Sacks (1991 p 24) che ha sperimentato che: “l´arte, il gioco, il dramma, il rito, avevano potere terapeutico forte come quello della L. Dopa”. Il che spiega come il ricorso sempre più esteso e devastante alle droghe sintetiche, vada di pari passo all´aggrovigliarsi dei processi di deculturazione, che stanno distruggendo tutte le forme di ritualizzazione della comunicazione, da quelle più complesse (i sistemi ricorsivi mito-rito dell´etnologia, del folklore e delle devozioni popolari), fino ai dialetti.

Attraverso i dialetti, che codificano una preziosa varietà di espressioni fonosimboliche, onomatopeiche e gestuali, “il linguaggio è divenuto meccanismo dell´evoluzione” (Eibl-Eibesfeld: 1993 pag 346), e pertanto mantiene distinte le varie popolazioni di una specie favorendone l´adattamento, la variabilità genetica e culturale, e l´identità etnica e di specie.

Il rapporto tra variabilità genetica, linguistica e culturale, è stato approfondito da Cavalli Sforza L.L. (1196 fig 13 pag 215) con l´ausilio della biologia molecolare. Ad esse potrebbe aver contribuito la neotenia razziale, ovvero i vari gradi di rallentamento nelle diverse razze geografiche.

Secondo Jerison H. (in Chiarelli B. 1997 p 29) “Le esigenze cognitive determinate da una nuova nicchia ecologica, esercitano una pressione selettiva che favorisce l´incremento e il differenziamento dell´intelligenza nel corso della storia evolutiva”. Accurate ricerche hanno accertato che l´influenza dell´ambiente nelle trasformazioni neurofisiologiche del cervello è più efficiente in individui giovani e che siccome a causa della Neotenia le nostre strutture neurologiche rimangono immature fino a 12 anni, è plausibile “pensare che anche nell´uomo, l´ambiente possa giocare un ruolo importante nel cambiamento neuronale, durante la fase di sviluppo del cervello (Chiarelli B. 1997 p 31).

La varietà culturale prodotta dal pensiero magico-religioso per gestire i problemi di autoregolazione posti dall´ambivalenza neotenica, ha continuato a modellare i propri contenitori simbolici, adattandoli alle caratteristiche dell´ambiente ecologico e sociale, nello spazio e nel tempo.

Essi costituiscono configurazioni culturali rispondenti al gioco delle ambivalenze interne ed esterne, attivate e ritualizzate. Ciò significa che il sistema dei contenitori simbolici animatori del sistema mito-rito presente in una società, consente la gestione di una complessa rete di ambivalenze: quelle che sono state innescate dall´ambiente esterno e che hanno trovato una risonanza problematica nell´ambiente interno (endo-psichico). Ad esempio, uno stesso problema, il lutto, può dar luogo a riti opposti, di cui la letteratura etnografica abbonda. Già Erodoto (Storia I, 216; Geografia 6/ 5,4), aveva sottolineato come l’endocannibalismo, considerato pratica lodevole presso Essedoni e Massageti, fosse ritenuto odioso dai Greci e dai popoli “civili”. Ebbene, ogn´una di queste pratiche opposte, si inscrive in un proprio sistema magico-religioso risultante da sincretismi, acculturazioni, deculturazioni, la cui lettura etnostorica potrà essere facilitata e approfondita dai contributi delle neuroscienze e della biologia evoluzionistica.

Per questo le diversità etniche, linguistiche e culturali tra popoli anche molto vicini (vedi il caso della Nuova Guinea), possono risultare profonde e diversificate e codificate nei miti secondo l´approccio strutturalista (Levi-Strauss C.) in “gruppi di trasformazione”, nei quali è presente la disposizione universale a pensare i dati dell´esperienza sotto forma di opposizioni in virtù dell´omologia tra strutture mentali, sociali e naturali.

Purtroppo, con il declino della “Mitopoiesi-ritogenetica” (Bertocchi A 2003 a, 2003 b), anche i dialetti e le lingue muoiono (Wayt Gibbs W. 2003) e l´ambivalenza, non più ritualizzata è riconsegnata al caos che di nuovo spaventa e incanta, nonostante che diverse discipline scientifiche tentino di dominarlo a livello concettuale, integrandolo nelle rispettive epistemologie: dal calcolo delle probabilità, alla meccanica statistica dell´equilibrio, dalla termodinamica (entropia), alla teoria dell´informazione. Dalla meccanica quantistica alla teoria dell´evoluzione.

Tanto impegno tuttavia, essendo privo di ricaduta sul piano etico, non impedisce alle oscillazioni catastrofiche indotte dalla estremizzazione delle tensioni antagonistiche della psiche, di esplodere nella proliferazione delle patologie mentali, dell´incomunicabilità e delle “fogne del comportamento” (Calhoun J. B. 1958), che avanzano inarrestabili, spinte da una incontenibile Hybris di ecocidio, etnocidio, suicidio (Bateson G.).

La diversità biologica e culturale, deve essere tutelata per l´alto valore adattativo di cui è sorgente, poiché “la diversità è la strategia che ciascuna adotta per essere pronta rispondere ai cambiamenti ambientali e assicurarsi la sopravvivenza” (Eibl – Eibelsfeld 1992. Intervista in: Pace G. M. 1992).

In Italia esiste una grande varietà genetica, linguistica e culturale le cui correlazioni costituiscono un campo aperto di studi. Essa è giunta a noi da un´eredità di stratificazioni etnostoriche complesse. Dai 10.000 anni delle civiltà della Val Canonica alle pitture della grotta di Levanzo ai 36.000 dei dipinti in ocra rossa della grotta di Fumane in Valpolicella (Verona), fino ai Neandertaliani del Circeo, alle impronte dell´Homo Erectus a Foresta (Caserta), forse presente anche ad Isernia La Pineta, e all´uomo di Ceprano (Mallegni Francesco: mallegni@arc.unipi.it).

Dialetti, folklore, feste, devozioni e tradizioni popolari, intrise di magismo, paganesimo e sciamanesimo, di cui non è ancora stato fatto un monitoraggio sistematico, che corrono il rischio di estinzione, a causa dei processi di deculturazione, accelerati dalla globalizzazione mercificante che, in ogni regione della terra ha provocato il collasso dell´identità etnica e di specie, la deportazione schiavistica (gabbata eufemisticamente come “immigrazione”) e la distruzione di ogni bio-diversità.

A tale monitoraggio, che dovrebbe dar luogo ad altrettanti processi di riappropriazione identitaria sta dando un contributo l´Atlante Demologico Lombardo (A.D.L. : www.atlantedl.org), opera multimediale, insignita del premio Pitrè-Salomone Marino, che ha in programma la documentazione di tutte le feste delle province della Lombardia, e alla quale sono stata chiamata a collaborare, per la Provincia di Cremona.

Propongo pertanto che questi progetti di ricerca vengano fatti confluire in una pianificazione organica che, nel quadro della Devoluzione, coinvolga le Amministrazioni Locali e le Regioni in investimenti e innovazioni burocratiche e amministrative adeguate.

Per quanto riguarda la Paleoantropologia, essa sta attraversando una crisi che ha fatto invocare una sospensione delle ipotesi sui collegamenti fra le varie strade dell´Ominazione. Un momento di pausa nel caos delle ipotesi, in attesa di proporre, per l´alba del nuovo millennio, un nuovo albero di parentele (Biondi G. e Richards O. 2003 p 271-273).

Nel frattempo, per tener vivo il discorso, ho presentato un Poster intitolato: “L´anello mancante siamo noi”, che vuole essere una sfida paradossale nei confronti della situazione di stallo che si è venuta a creare, e nello stesso tempo ha un significato di interfaccia tra questa relazione e la prossima, in cui esporrò e documenterò l´ipotesi filogenetica che sto elaborando in base alla teoria neotenica, una Dottrina che meriterebbe di essere approfondita in un apposito Centro di Studi sulla Neotenia Generale ed umana di cui potrebbe farsi promotrice la nostra Associazione (A.A.I.).

Esso potrebbe contribuire al rilancio di una visione naturalistica del fenomeno umano e a riconciliare in una Nuova Alleanza, scienze umane e scienze naturali, Antropologia Culturale a Antropologia Fisica.

Abbiamo bisogno, come auspica il Prof. Chiarelli, di un nuovo Umanesimo (1986 p 262), e io credo che qui ci stiamo già lavorando, e spero che questo discorso sulla neotenia possa aiutarci a realizzarlo.

Bibliografia

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Commenti

2 Risposte to “Il ruolo della Neotenia umana nella variabilità genetica e culturale”

  1. Teresa on dicembre 19th, 2013 16:20

    Trovo questo suo articolo molto interessante. Sintetico ed esaustivo e ricco di nuove speranze. Grazie 🙂

  2. Federico on luglio 2nd, 2016 10:09

    tutt’ oggi abbiamo comunque livelli diversi di neotenia: forme cromagnoidi inalteate del paleolitico e mediterranidi del neolitico hanno una una costituzione magra e forme facciali ossee e spigolate, quindi una fisionomia più matura rispetto agli alpinoidi, infantilizzati dal cambiamento dello stile di vita da cacciatore-raccoglitore a contadino sedentario e isolato dai freddi inverni europei

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