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Beni immateriali o Etnofonti?Rilevanza ecomuseale della Legge Lombarda sui beni immateriali .
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Beni immateriali o Etnofonti?
Rilevanza ecomuseale della Legge Lombarda sui beni immateriali .
Il 17 ottobre 2003, dopo che nel 1999 il Comitato Esecutivo aveva lanciato il programma dei “Capolavori del patrimonio orale e immateriale dell’umanità” (Masterpieces of the Oral and Intangible Heritage of Humanity) la Conferenza Generale dell’UNESCO, nel corso della sua 32° sessione, ha approvato a Parigi la “Convenzione per la Salvaguardia del Patrimonio Culturale Immateriale”http://www.unesco.org/culture/ich/doc/src/00009-IT-PDF.pdf.. Così sintetizzabile dall’art. .2 : Si intendono per “patrimonio culturale immateriale” pratiche, rappresentazioni, espressioni, conoscenze e i saperi – così come gli strumenti, gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati ad essi – che le comunità, i gruppi e, in alcuni casi, gli individui riconoscono come facenti parte del loro patrimonio culturale. Tale patrimonio culturale intangibile, trasmesso di generazione in generazione, è costantemente ricreato dalle comunità e dai gruppi interessati in conformità al loro ambiente, alla loro interazione con la natura e alla loro storia, e fornisce loro un senso di identità e continuità, promuovendo così il rispetto per la diversità culturale e la creatività umana” La definizione di questo patrimonio culturale immateriale si manifesta attraverso cinque ambiti dell’attività umana: a) tradizioni e espressioni orali, incluso il linguaggio, intesi come veicolo del patrimonio culturale intangibile; b) arti dello spettacolo;
c)..pratiche sociali, riti e feste; d) conoscenza e pratiche concernenti la natura e l’universo;
e)..artigianato tradizionale.
Ebbene, nell’osservanza di queste direttive, la Regione Lombardia ha approvato con delibera n. VIII /708 del 14 Ottobre 2008, La Legge Regionale n. 27, sulla “Valorizzazione del patrimonio culturale immateriale, pubblicata sul Bollettino Ufficiale del 28 Ottobre 2008 (I° Suppl.-ord.) che recepisce tali principi ponendo le premesse per il finanziamento della loro effettiva applicazione pratica.
Come ha commentato con soddisfazione Massimo Zanello, Assessore alle Culture, Identità e Autonomie della Regione Lombardia, ” Per la prima volta in Italia e forse nel mondo ci si pone quale obbiettivo concreto la valorizzazione di un aspetto importantissimo delle cultura.,cioè i beni immateriali Fino ad ora le istituzioni avevano valorizzato solo i beni culturali materiali, ma la cultura non è solo fatta di monumenti e opere d’arte, D’ora in poi la Regione potrà sostenere in maniera concreta realtà antiche della Lombardia, e mi riferisco soprattutto ai dialetti e alle lingue locali, che saranno oggetto di una prima azione di catalogazione. Ma penso anche ad antiche manifestazioni popolari come sagre e carnevali, tradizioni musicali , o ancora al sapere legato alla fabbricazione dei violini a Cremona”(Lombardia Notizie, n.7- 22/10/2008).
Molto opportuno giunge questo approccio che coglie l’embricazione tra cultura dotta accademica e cultura popolare, ponendo le condizioni operative per recuperare la cultura di tradizione orale in tutta la complessità delle sue sopravvivenze . Una complessità che emerge anche dalle sue relazioni implicite con l’Ecomuseologia. Disciplina che contestualizza la cultura di tradizione orale nel suo ambiente ecologico ed antropico. Infatti La Regione Lombardia ha già emanato una Legge sugli Ecomusei (Legge Regionale n..13 del luglio 2007) che questa viene a completare e a sostenere nella sua progettualità.
Gli ecomusei, nati in Francia da un’idea di Hugues de Varine www.interactions-online.com/, con l’intento di stabilire un patto con la comunità locale che si impegna a prendersi cura di un territorio, si propongono di raccogliere, conservare e valorizzare la propria eredità, ciò che identifica gli abitanti di un luogo e lega le persone, la natura e gli oggetti, la cultura vissuta e le tradizioni: A queste caratteristiche si è aggiunta recentemente l’esigenza di educare un pubblico sempre più vasto di appassionati e specialisti, all’esercizio di un turismo consapevole nel contesto di uno sviluppo sostenibile, coinvolgendo in questo processo di autoeducazione, le popolazioni residenti . (Bertocchi A. 2009 a forthcoming)
Al fine di sviluppare questi temi e renderli pienamente attuabili, la Regione ha organizzato il primo workshop della Rete degli Ecomusei di Lombardia http://www.eremodibienno.it/
Nella presentazione il Direttore Generale Vicario dell’Assessorato alle Culture e Identità della Regione Lombardia Alberto Garlandini e diversi esponenti delle realtà ecomuseali provenienti da varie regioni italiane aderenti all’iniziativa (:Piemonte, Trentino, Emilia-Romagna, Toscana, Molise, Umbria, Puglia, Lazio) hanno discusso delle Reti Locali e della Rete Italiana degli Ecomusei. nel corso di un dibattito, moderato da uHugues de Varine
(www.bienno.info/media/Media/Comunicato%20stampa%20ws%20ecomusei%20lombardia.pd
Il Coordinatore Regionale degli Ecomusei di Lombardia e Sindaco di Taleggio (Bg), Alberto
Mazzoleni, ha affermato la necessità di creare un forte ed istituzionale coordinamento nazionale per gli ecomusei , a sostegno delle migliaia di cittadini che stanno lavorando per lo sviluppo ecomuseale di decine di luoghi in Italia. .Esigenza che sarà nuovamente discussa in Molise durante la “Prima conferenza programmatica per lo sviluppo degli ecomusei in Molise ” CastelloPignatelli-Monteroduni–20/21 novembre 2008) nella consapevolezza di una domanda ecomuseale in crescita .Infatti sono già 7 le regioni che hanno legiferato in materia (Piemonte,Provincia autonoma Trento, Sardegna, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Umbria e Molise) ed altre quali l’Abruzzo e il Veneto si apprestano a farlo): La Lombardia sta acquisendo un ruolo trainante, sia con la promozione della la Rete Lombarda che con un apposito quadro normativo tale da innescare un processo partecipativo che permetta un approfondimento della fase formativa e di ricerca, in modo da migliorare il livello italiano e favorire quelle realizzazioni che funzionino come modelli condivisi di sviluppo locale, legato ad un forte concetto di sussidiarietà. http://www.osservatorioecomusei.net
Anche la regione Toscana, sta seguendo con interesse questi sviluppi della moderna museologia e si prepara a partecipare ad essi apportando il proprio contributo, di eccellenza, consistente in un approccio di tipo antropologico scientifico che contribuirà ad impostare correttamente ed in modo sistemico, problematiche complesse tuttora lasciate in gran parte all’improvvisazione e alla lodevole, ma a volte caotica buona volontà delle comunità locali-
Una buona volontà che invece merita di essere nutrita con strumenti teorici e pratici atti a codificare nuovi concetti sistemici adeguati a trattare la complessità di relazioni che, con l’ingresso della progettualità ecomuseale, non possono più riguardare oggetti ridotti alla reificazione materiale e aggregati secondo criteri insiemistici che ne bloccano l’accesso ai valori di significazione profonda, ma che riguardano la complessità delle relazioni natura-cultura nello spazio e nel tempo.del sistema culturale di tradizione orale..
Il fatto che la legge abbia scelto l’espressione “beni immateriali”imprime un nuovo corso alla riflessione epistemologica che forse potrà portare al superamento dell’impasse definitoria che ha travagliato la discussione teorica su come indicare la cultura popolare le cui espressioni sono state variamente etichettate come: intangibili, inoggettuali. o persino “volatili”. (Cirese Alberto M. 2002a e b; 2004a, b, ; 2007)
La dizione scelta dall’Unesco “Patrimonio Intangibile ” tradotta con “Immateriale” tenta di sfuggire alla dicotomia materia-spirito potenzialmente fautrice di dissonanze filosofiche alimentate da obsolete scorie pseudomarxist e pseudoidealiste . che inducoino a respingere il confronto con le scienze biologiche, antropologiche e storico-religiose che risolvendolo nel concetto di “vita”e di “sacro immanente” possono smascherarne la sterilità..E purtuttavia tale tentativo è sempre in bilico di ricadute , stante la rimozione dell’approccio epistemologico corretto: quello etnostorico elaborato da Aurelio Rigoli ovvero la considerazione della fonti orali e di quelle materiali (etnoreperti ) come appartenenti ad un unico ambito classificatorio: quello delle Etnofonti. (Rigoli A. 1995 :Epistemologia dell’Etnostoria ) e quindi non ad un insieme ma ad un sistema ricorsivo.
La disinvoltura con cui l’Unesco ha rubricato tra i beni immateriali anche ” gli oggetti, i manufatti e gli spazi culturali associati ad essi , dimostra l’ urgenza di superare la perversa dicotomia materiale-spirituale, ma non ne affronta il nodo filosofico, che non è gordiano, e che non si può brutalmente tagliare, ma che va districato su base epistemologica, pena la resa ncondizionata a rimuginamenti sui quali non è più lecito dilungarsi a perditempo.
L’insistenza nell’utilizzo di concetti filosofici anzichè antropologici (, tratti dai campi dell’Antropologia e dell’Etnostoria) ha distorto la percezione dell’oggetto della ricerca etnoantropologica .e le ha imposto l’ostacolo di un paradossale stallo/instabile che si alimenta del concetto relativistico di cultura. (Bertocchi A 2006 b)
Il concetto relativistico di cultura è infatti il principale responsabile del tormentoso ed incessante aggrovigliarsi dei processi di deculturazione che la cultura orale tradizionale è costretta a patire, essendo stata negli ultimi cinquant’anni “progressivamente” depauperata proprio del suo patrimonio ” immateriale “in una misura direttamente proporzionale all’attenzione riservata alla tutela dei reperti materiali . Inoltre esso implica l’illusione che sia possibile trattare problemi pertinenti alle scienze etnoantropogiche con strumenti teorici presi da altri ambiti disciplinari che danno per scontata la legittimità delle paradossale dicotomia materia spiriti che appunto l’epistemologia delle scienze etnoantroplogiche e bio-evoluzionistiche ha accantonato da tempo.
Dunque la dizione corretta non è “Beni immateriali”, ma Etnofonti che, essendo ricorsivamente connesse con l’ambiente ecologico e sociale includono quelle che ho definito “Ecofonti”. In estrema sintesi ” le sorgenti di informazione provenienti dal pool informazionale delle Ecofonti primarie, nel processo di codificazione che ogni società ha imposto ad esse nello spazio e nel tempo”. (Bertocchi A. 2003; 2007 a): 2007 c).
Ne deriva la dolorosa constatazione che i dialetti nel frattempo stanno morendo e che in tutto il mondo è in atto un genocidio linguistico ed etnico. Infatti le forme élitarie di documentazione-celebrazione di tipo estetico-letterario, impotenti a cogliere i significati profondi delle categorie e delle espressioni del pensiero magico-religioso che costituisce la struttura portante della cultura di tradizione orale , non hanno potuto evitarne il degrado crescente . Mentre non sono stati utilizzate se non in scarsissima misura, le possibilità di documentazione tecnologica offerte dalla filmografia e dalle incisioni audio ed è stata quasi ovunque trascurata la trasmissione della cultura vernacolare alle nuove generazioni E nessuno sembra accorgersi che la redazione di grammatiche, dizionari ed antologie dialettali possono costituire addirittura il contrassegno dell”estinzione , se il linguaggio nativo non è stato nel contempo tenuto vivo nella continuità generazionale.
Grazie alla spocchia della cultura dominante insinuatasi in modo strumentale in quella dei sedicenti antropologi culturali ci rimangono ora solo i rimasugli di un patrimonio inestimabile.,
inquinati da processi di mercificazione e in quanto tali, di assai più ardua districazione , documentazione , tutela e comprensione.( si veda il caso della “Festa” folklorica, ridotta a occasione di ulteriore spreco e consumo e svuotata degli originari significati di commensalità egalitaria e sacrale : Bertocchi A. 2007 b)
E non poteva andare diversamente. Come è infatti possibile riconoscere, tutelare e promuovere beni culturali di cui non si ha un’idea concorde e scientificamente fondata? Come è possibile, pretendere in tali condizioni, di riuscire ad identificare l’oggetto della ricerca ed intervenire su di esso per poterlo tutelare secondo criteri deontologici?(Si veda il codice deontologico Icom http://www.misp.it/doc/materiali_doc/Bernardini-IT.pdf
In effetti, l’esclusivo ricorso ai saperi di un” Etno-Antropologia autoreclusa nei limiti , di un’antropologia culturale dedita a svaghi relativistici infarciti di pseudo materialismo storico miscela esplosiva che ha ampiamente dimostrato di aver fatto danni forse irreparabili) risulta del tutto inadeguato non solo ad affrontare i problemi della salvaguardia delle sopravvivenze folkloriche , ma persino a porre un qualsiasi rimedio ad uno scempio compiuto nel segno di incompetenza e irresponsabilità.
L’Etno-antropolgia in tal senso malintesa, risulta infatti inutilizzabile per lo studio delle Etnofonti poichè sia i Contenitori Simbolici della cultura orale che i reperti della cultura materiale, portano impresse le impronte dello scambio comunicativo che il processo metaforico ha stratificato in essi nello spazio e nel tempo e costituiscono un unico sistema complesso ricorsivo.il cui studio mi ha portato alla elaborazione del concetto di “Ecofonte” (Bertocchi A.. 2003, 2007a); 2007 c).che si integra con quello di Etnofonte perchè consente una trattazione sistemica dei contenitori simbolici appartenenti ai sistemi adattativi complessi mito-rito, sia in con dizione di integrità che di frammentazione
Ad esempio, approfondendo il contenitore simbolico della Merla-uccello che ho studiato, sia come specie naturale che come simbolo totemico quale l protagonista del mito-rito omonimo (Bertocchi
A. 2006 a:) ho potuto avanzare un’ ipotesi scientifica che colloca le prime fasi di elaborazione del rito sullo scorcio dell’ultima deglaciazione (12.000 – 10.000 a.C.).
Infatti il concetto di “Ecofonte” permette di considerare in modo stereoscopico la sincronia e la diacronia incritta negli etnoreperti e li rende riconoscibili non più come immagini bidimensionali, semplici , classificabili in modo insiemistico e riduttivo, ma come contenitori simbolici multidimensionali e complessi quali essi sono .E che tali rimangono, nonostante i processi di deculturazione a cui sono sopravvissuti. Poichè anche di questi essi mostrano ferite parlanti che domandano per la loro cura gli strumenti altrettanto complessi delle scienze naturali, antropologiche, storico-religiose, aggregate dal Paradigma Epistemologico Antropologico e Bio-evoluzionistico elaborato da Gregory Bateson ( 1984, 1985) e del Sacro immanente ( Bateson G. e Bateson M.C. 1989; Bateson G. 1997 )
Tuttavia questa legge fa ben sperare nella possibilità di poter prevenire, in Antropologia Museale ed ‘Eco Museologia l’instaurarsi di quei pesanti i processi di mercificazione che stanno riducendo le collezioni dei Musei Civici d’Arte alla stregua di oggetti mercificabili , suscitando le indignate reazioni dell’Icom che va diffondendo un suo importante documento, sottoscritto da tutte le associazioni museali italiane, presentato ed argomentato durante il Congresso “Mostre e musei a tu per tu”, tenutosi a Cremona il 21 Novembre 2008. presso il Museo Civico Ala Ponzone (,http://www.patrimoniosos.it/rsol.php?op=getarticle&id=48853
Il Congresso ha visto fronteggiarsi posizioni antitetiche sull’opportunità di continuare ad allestire le cosiddette “Grandi Mostre” Nella prima parte della mattina il Dott. Alberto Garlandini, Direttore Generale Vicario Culture Identità e Autonomie della regione Lombardia, promotore dell’accreditamento dei musei e degli ecomusei lombardi, ha moderato gli interventi sul documento intitolato: “Mostre spettacolo e Musei: i pericoli di una monocultura e il rischio di cancellare le diversità culturali”.. Da più parti è stato denunciato un crescente conflitto tra gli interessi culturali e di ricerca dei Musei e gli interessi economici degli Enti che organizzano Grandi mostre spettacolo che si sono rivelare controproducenti per la sostenibilità dell’intero sistema Daniele Jallà, , Presidente Icom Italia ha esposto alcuni punti critici tra i quali _ I problemi etici e deontologici connessi alla pratica di alcuni musei di “noleggiare” le proprie opere a terzi per iniziative espositive. _ I costi esorbitanti delle mostre blockbuster che tendono a prosciugare i già risicati finanziamenti e ad assorbire quote rilevanti dei sempre più ridotti bilanci della cultura degli enti locali, a scapito delle istituzioni permanenti, come i musei. La competizione impropria che si determina tra le mostre-evento di natura prevalentemente commerciale -Le attività delle istituzioni culturali permanenti, con conseguente drenaggio di risorse e visitatori a danno di queste ultime e conseguente rischio elevato di determinare nel medio lungo periodo una desertificazione culturale e una monocultura dell’evento, nonchè l’opportunità che Enti locali e Fondazioni ex bancarie provvedano a investimenti di denaro pubblico così rilevanti su attività dal carattere marcatamente effimero .Egli si è soffermato sulla Raccomandazione n. 3 che così recita
“ICOM Italia chiede ai musei italiani privati e pubblici di non praticare le loan-fees sui prestiti delle proprie opere a mostre, in modo da non mettere a rischio il valore immateriale e non commerciale dei beni culturali, anche in ossequio al dettato delle recenti modifiche al Codice dei Beni Culturali e del Paesaggio che vietano di considerare i beni culturali come merce e per non essere costretti, in un momento di progressiva riduzione delle risorse pubbliche, a prendere decisioni motivate esclusivamente da un immediato beneficio economico e non da considerazioni di opportunità culturali. .ICOM Italia si impegna a porre questa questione in sede internazionale al Comitato per la deontologia dell’ICOM, avviando sin d’ora i contatti con i Comitati ICOM nazionali e internazionali affinché questo impegno coinvolga i musei e i professionisti di tutti i paesi.”
Anche il Prof. Salvatore Settis Presidente del Consiglio Superiore dei Beni Culturali del Ministero, Rettore della scuola Normale Superiore di Pisa, protagonista di epiche battaglie e di numerosi volumi in nome della difesa del patrimonio culturale si è espresso da tempo per una radicale inversione di tendenza .Puntare di più sulle collezioni permanenti e meno sulle esposizioni temporanee, al contrario di quanto si è fatto in questi anni» http://www.mecenate.info/articolo.asp?id=703 Articolo inserito il 28/06/2006 14.33.42 (Settis S. 2005)
In un sistema culturale indifferente all’utilizzazione della mole di autoconoscenze antropologiche accumulate in più di due secoli di ricerche scientifiche (Chiarelli B. 2003-2004)
e sordo al discorso montessoriano dell’Antropolgia Pedagogica (Montessori A. 1910 in Bertocchi A. 2008) perchè anacronisticamente privo di una Facoltà di Antropolgia (i cui auspichiamo l’Istituzione, fiduciosi negli spazi di professionalità che aprirà la riforma del Ministro Gelmini)
è confortante constatare che un idoneo quadro normativo sta favorendo il possibile recupero del tempo perduto.
Esso ci incoraggia a non abbandonare il campo, ma anzi , a lavorare con il massimo impegno
. Antonia Bertocchi
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Bibliografia
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