L’antropologia di Antonia Bertocchi

Interessata alla risoluzione dei problemi riguardanti la conservazione e tutela della cultura popolare di tradizione orale, ho constatato che la distinzione corrente fra cultura materiale e immateriale, recepita anche dall’Unesco nella Convenzione per la Salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (approvata nella 32° sessione della Conferenza Generale a Parigi il 17 ottobre 2003 e ratificata dall’Italia il 27 settembre 2007) rappresenta un ostacolo alla loro classificazione .http://www.unesco.beniculturali.it/index.php?it/35/la-convenzione

Infatti la dicotomia materiale-immateriale, è oggi da considerarsi obsoleta ed erronea, e non idonea a descrivere simili oggetti di studio, che sono di alta complessità, perchè costituiscono la risposta culturale con cui le società di interesse etnologico, si sono co- adattate agli ecosistemi da loro occupati, nello spazio e nel tempo, nel lungo periodo(Bertocchi A.2009 b).

La distinzione della realtà in materiale e immateriale. costituisce un costrutto filosofico e teologico che scinde l’esperienza in materiale ( quella concreta e tangibile) e spirituale ( quella psicologia e intangibile) e risale ad un’epoca in cui la biologia evoluzionistica non era ancora nata, ma l’enorme ritardo culturale dell’Italia e dell’Europa rispetto ai saperi antropologici disponibili ormai da più, le ha mantenute operative , sia in ambito teoretico, che nelle convinzioni correnti e nel lessico quotidiano, come dogmi irrinunciabili, tanto che l’ignoranza dei problemi ambientali, condivisa dalle oligarchie politiche mondialiste, ha continuato a far scempio di ecosistemi fino all’attuale situazione di crisi che potrebbe essere di non ritorno, per aver considerato la Natura come materia vile, di cui è lecito fare scempio mercificatorio.

In realtà è il cervello umano, quel sistema elaboratore delle informazioni provenienti dall’ambiente ecologico e sociale, di cui è parte. Così che oggi posiamo a ragione asserire che l’unica realtà è il mondo biologico, il mondo della vita che non è nè materiale ,né spirituale, e possiamo accantonare come inservibili le categorie del materiale e dell’immateriale, perchè il cervello fa parte del modo della vita, un sistema co-evolutivo complesso.

Tenendo conto, dei principi fondamentali delle sciente bio.evoluzionistiche e cibernetiche, ho elaborato un approccio eco-museale innovativo, che può rispondere all’esigenza di giungere ad un impianto teorico, di tipo scientifico ,che ponga le premesse operative volte a sanare la confliggenza , tra cultura materiale e immateriale.

Si tratta di alcuni nodi concettuali, della rete epistemologica di un nuovo paradigma , fortemente interconnessi ricorsivamente fra di loro : Mappe Cognitive Ecologicamente Valide, Ecofonte, Contenitori Simbolici.

Mappe cognitive ecologicamente valide

“Le mappe cognitive (al pari di quelle comuni), sono astrazioni usate per anticipare, configurare e correggere l’informazione ottenuta tramite i sensi” (Wilden A. e Mac Coe E. 1976: Error) … “L’input sensoriale viene puntualizzato dal codice, producendo così una percezione che diventa la base per un’ulteriore esplorazione dell’ambiente, da cui scaturisce un ulteriore input che può portare alla revisione del codice” (Wilden A. e Mac Coe E. op. cit. ivi).

Nella Teoria dell’ Informazione, il concetto di Mappa, “viene impiegato per indicare ogni rappresentazione usata per organizzare l’informazione… La funzione di una mappa, consiste esattamente nel consentire al sistema (ad esempio un organismo) di decidere l’informazione da evidenziare, quella da mettere in secondo piano e quella da ignorare (Wilden A. e Mac Coe E. ivi p. 682). Le mappe permettono ad un organismo di ridurre la varietà a proporzioni accessibili (Wilden A. e Mac Cor E. op. cit. pag. 682-683).

Le mappe cognitive permettono di reagire a modelli di significato, e quindi offrono una modalità di percezione “più complessa di quella ipotizzata dalla teoria delle idee-copia, e sopravvivono in quanto offrono un vantaggio selettivo” (Wilden A.e Mac Coe E. op. cit. p. 690).

Inoltre le idee-copia sono ora riclassificate grazie alla Teoria della Mente dei Neuroni- Specchio

https://en.wikipedia.org/wiki/Mirror_neuron.

Essa si basa sulla scoperta dei neuroni specchio :una classe di neuroni che si attivano quando un individuo compie un’azione e quando l’individuo osserva la stessa azione compiuta da un altro soggetto. La Teoria dei neuroni specchio possiede una vasta portata esplica in ordine alla spiegazione del processo metaforico, che sto approfondendo.

I neuroni specchio sono una particolare classe di Neuroni visuo-motori (neuroni che rispondono sia a stimoli visivi che a stimoli motori ) che permettono di capire attraverso l’osservazione e l’imitazione a lungo termine, e potrebbero costituire una delle scoperte più rivoluzionarie dell’ultimo decennio, tanto che la Teoria dei Neuroni -Specchio , sta trovando applicazione in diversi campi della conoscenza: in : Neurologia, Psicologia, Medicina, Linguistica, Evoluzione e diverse filosofie. ( Rizzolatti and Craighero (2004). Rizzolatti G. and Gentilucci M. (1988) Rizzolatti and Sinigaglia(2010).

http://www.ilsussidiario.net/News/Scienze/2008/12/1/MEDICINA-Lo-strano-caso-dei-neuroni-specchio-una-scoperta-che-allarga-il-mistero-dellagire-umano/9357/

La condizione neotenica, che ha innescato “ il rallentamento dello sviluppo del cervello, ha consentito ai neuroni di conservare caratteristiche giovanili, cioè la possibilità di moltiplicarsi e, pertanto, di organizzarsi in mappe neuronali in competizione darwiniana, sottoposte alla selezione di regole epigenetiche (Edelman G.M. 1987; Changeux J. F. 1983). Dal momento che lo sviluppo cerebrale incontra limiti di tipo metabolico nella gestazione e nel canale del parto (Messeri P. 2003 in Chiarelli B. 2003 Vol I° p. 601) è logico che l´evoluzione abbia premiato i cervelli che, a parità di dimensioni e di costo energetico, potevano svolgere e integrare un numero più elevato di funzioni, grazie al contestuale sviluppo della neocorteccia, del cervelletto e del corpo calloso (Fabro F. e Bava A. 1989 pp. 126-128)” in Bertocchi A . (2005).

Il processo di “mappizzazione” (mapping) consiste in una capacità di simulazione o rappresentazione, che implica concetti cibernetici tra i quali “vincolo”, teleonomia” e “libertà semeiotica”, per la cui spiegazione si rimanda alle voci: Comunicazione e Informazione (Wilden A. 1987), ed Errore (Wilden A. e Mac Coe E. 1987).

Per poter essere ecologicamente valide, le mappe cognitive, devono assicurare una sopravvivenza a lungo termine, e funzionare in regime di “libertà semeiotica nel rispetto del vincolo”.Ovvero, affinché un organismo possa sviluppare il suo progetto interno, deve essere relativamente libero “di seguire la sua traiettoria nella produzione, scambio e riproduzione, senza andare oltre i vincoli che limitano il suo comportamento (Wilden A. 1978: Comunicazione pag. 642). Wilden porta l’esempio del tabù della consumazione della carne di maiale presso i Musulmani e gli Ebrei, che lo osservano senza conoscerne il motivo.

L’usuale spiegazione è che la mancanza di refrigerazione nell’antico Medio Oriente, poteva provocare la trichinosi, ma questa spiegazione è contraddetta dal fatto che il maiale è il cibo preferito di culture sopravvissute per millenni in vari ambienti tropicali, ove la carne di deteriora, e la trichinosi si sviluppa con rapidità ancora maggiore che nel deserto. La corretta spiegazione è che “… a differenza di bovini, ovini e caprini, i maiali non si cibano di erba, preferendo radici e granaglie, cibi mangiati anche dall’Homo sapiens, e relativamente poco abbondanti,nell’ambiente semiarido dell’antico Medio Oriente… per cui, la competizione ecologica tra maiali e uomini… era un errore. Quindi… la loro religione agiva come una mappa cognitiva che definiva il maiale un “non cibo” (e quindi da non allevare). (Wilden A. e Mac Coe E. 1978: Error p. 693) Di conseguenza essa costituiva una mappa cognitiva ecologicamente valida, indipendentemente dalla consapevolezza di queste ragioni, da parte di Musulmani ed Ebrei.

Ecofonti

Abbiamo visto che le mappe cognitive, “consentono ad un organismo di ridurre la varietà a proporzioni accessibili” (Wilden A. e Mac Coe R. 1978; Errore pag. 682-683). Ovvero di astrarre dal pool informazionale, quegli anelli di retroazione informazionale che consentono ad un organismo di inserirsi ed interagire nelle reti coevolutive dell’ecosistema.

Ho denominato tale pool informazionale Ecofonti , cominciando a distinguere in prima approssimazione , due categorie di “Ecofonti”:

a) Le Ecofonti Primarie, costituite dalla totalità del pool informazionale emesso dall’ecosistema globale. Esse sono percepire dall’uomo come caos e confusione. Un disordine cognitivo ed emozionale che invade la psiche causando diverse forme di follia. Ciò accade quando la psiche viene abbandonata alle oscillazioni catastrofiche dell’ambivalenza scissa, cioè non ricomposta dai contenitori simbolici dei sistemi mito-rito che sono a vario titolo, andati perduti.

b) Le Ecofonti Secondarie, ovvero le sorgenti d’informazione provenienti dal pool informazionale delle Ecofonti primarie, nel processo di codificazione che ogni specie impone ad esse. Sono le Ecofonti propriamente dette. Questo tipo di codificazione seleziona, dall’enorme offerta di input, che non potrebbe essere sopportato da nessun sistema nervoso centrale (SNC), solo quelli che sono significativi per la sopravvivenza della specie , tanto a breve che a lungo termine.

Per mezzo di questa codificazione, le informazioni sono processate da ogni specie sulla base del suo specie specifico Umwelt (Wilden Informazione A. 1978 p-625).Il concetto di Umwelt ci introduce negli aspetti filogenetici del processo metaforico.Ho trattato questo ed altri argomenti nel conteso del Congresso dell’Associazione Antropologica Italiana , durante la mia comunicazione sul ruolo della Neotenia nella variabilità genetica e culturale(Bertocchi A.2005.)

Dunque la religione offre mappe cognitive che, se favoriscono una sopravvivenza a lungo termine possiamo definire “ mappe cognitive ecologicamente valide”. La loro più complessa codificazione è stata raggiunta dalla specie umana da quelle di tipo magico-religioso , i “sistemi mito-rito”, perché esse codificano molte classi di livelli gerarchici di relazioni fortemente interconnesse, riguardanti il sistema di relazioni fra il singolo, la società e la natura, durante un tempo etno-storico in una bio-regione data.

La loro complessità dipende dal fatto che le “ mappe cognitive ecologicamente valide “sono portatrici di informazione iconica, ovvero di un tipo di informazione che partecipa sia del campo analogico che di quello digitale: quello analogico, come campo del continuo, del significato e della differenza, e quello digitale, come campo del discontinuo della significazione (rappresentazione della relazione fra un significante e un significato) e della distinzione. (Wilden 1978 Informazione p.590 ).

Contenitori simbolici. Sistemi che processano l’informazione iconica.

Anche nella specie umana l’0ntogenesi segue le leggi di una coevoluzione adattativa che risponde, non solo alle sfide dell´ambiente ecologico e sociale esterno, ma anche a quelle dell´ambiente endopsichico interno, dal momento che l´uomo è disturbato da una condizione di costitutiva ambivalenza emotiva, di origine neotenica, in quanto la neotenia umana comporta, un´immaturità psico-fisica ( fetalizzazione) che interessa anche i caratteri e le funzioni cerebrali.( Gould S.J.1977; Bertochi A. 2005).

L´ambivalenza infatti induce instabilità per la difficoltà di padroneggiare pulsioni configgenti che non riguardano solo uno stesso oggetto, ma che sono intrinsecamente ambivalenti (Klein M. in E. F. G. 1991.

E’ altamente probabile che i neuroni specchio intervengano nel filtrare la percezione iconica dell’ambiente, e che essa venga processata dal sistema nervoso centrale, utilizzando i loro complessi rispecchiamenti di internalizzazioni e proiezioni analogiche e digitali, dell’esperienza.

Nella specie umana la condizione neotenica è potenzialmente svantaggiosa, perché la rende idonea alla funzione riproduttiva quando il resto dell’ organismo si trova ancora, rispetto alle altre antropomorfe, in uno stato di immaturità psico-affettiva (fetalizzazione).

Sviluppando l’approccio eco-antropologico, ho elaborato il concetto di Contenitore Simbolico. Diversamente dal simbolo, che è un’immagine piatta, esso è un oggetto tridimensionale che vive in un immaginario virtuale, in cui interfaccia sia con l’ambiente interno che con l’ambiente esterno. I contenitori simbolici corrispondono a quelle entità che Morin E. ( 1974-1986) ha definito Potenze Noologiche. Esse corrispondono a figura fatate o divine, di animali o caratteri fantastici , e specialmente “Genius Loci”: Esse, osservate con lo sguardo stereoscopico cibernetico, evidenziano impresse in loro, le impronte dello scambio comunicativo tra una società e le sorgenti di informazione che le provengono dalla nicchia ecologica, che tale società considera significative per la propria sopravvivenza .Da queste complesse elaborazioni sono nati il Totemismo e lo Sciamanesimo, che in una società gestiscono in modo sistemico le relazioni col mondo degli antenati e con le strutture della parentela ecologica e sociale. Ed è per questa ragione che l’umanità ha divinizzato le risorse naturali e sociali con il concetto di “Sacro Immanente” nella natura e in noi.

La categoria del “Sacro Immanente” (Bateson G 1997) induce al rispetto verso ogni forma di vita ed esistenza, incluso il mondo fisico. Di conseguenza, l’idea di un ambiente sacro, costituisce una mappa cognitiva ecologicamente valida, perché le società che la utilizzano, rispettano l’ambiente e lo preservano, salvando sé stesse e noi stessi, fino ad oggi. Le società che restano salde in questo principio epistemologico, possono applicarlo in ogni ambiente e la loro cultura magico-religiosa, può dare origine ai rispettivi Contenitori Simbolici, modellandoli sugli aspetti dell’ambiente, riuscendo ad adattare i ruoli sociali alle esigenze di amore e rispetto verso la natura.

Morin ha riconosciuto alle potenze noologiche, una funzione di compromesso non solo con l´ambiente esterno, ma anche con le potenze nosologiche interne, insieme al mito, al rito e alla magia. poiché attraverso l´elaborazione di spiriti e divinità, viene interposta una mediazione tra la percezione e la realtà.

Dunque I contenitori simbolici, quali potenze noologiche, cioè in grado di organizzare la conoscenza, costruiscono interfacce fra l’ambiente ecologico esterno e quello psicologico interno. In questo modo diventa è possibile esorcizzare le destabilizzanti potenze noologiche esterne e trasformarle in potenze noologiche interne controllabili e ricorsivamente, riorganizzare il caos interno ed esterno, perchè Il caos, internalizzato e codificato in senso magico-religioso, viene trasformato in misura culturale di ordine e la percezione risulta isomorfa alla realtà. A sua vota la percezione della realtà assume forme socialmente condivise che consentono un dialogo ottimale, sia tra i membri sociali che tra società e natura.

I contenitori simbolici, sono come spolette che tessono la configurazione della cultura , adattandola continuamente ai cambiamenti ecologici e sociali nello spazio e nel tempo.

Essi costituiscono dispositivi cibernetici che operano come codificatori degli anelli di retroazione e anticipazione informazionale delle “Ecofonti” (Bertocchi A. 2003 b)

https://books.google.it/books?id=UK8pBAAAQBAJ&pg=PA96&lpg=PA96&dq=ring+of+information+feedback+

and+feedforward&source=bl&ots=5VRKRaVLUF&sig=wXzqYlGFvwNom-UPy2-ztb

Con il concetto di Contenitore Simbolico come elaboratore di Ecofonti (Bertocchi A.. 2003, 2007a); 2007 c) ho posto le basi per l’elaborazione di un metodo scientifico al servizio della decodificazione dei significati della struttura manifesta e della struttura profonda dei documenti della cultura orale e materiale, sia nei contesti Etnologici che in quelli Folklorici (demologici) sia in condizione di integrità, che di frammentazione.

Ad esempio, approfondendo il contenitore simbolico della Merla-uccello ,protagonista del mito-rito omonimo che ho studiato, sia come specie naturale che come simbolo totemico (Bertocchi A. 2006 a) http://www.swide.com/art-culture/giorni-della-merla-history-of-the-italian-legend-of-the-three-days-of-the-blackbird/2015/01/29 ho potuto avanzare un’ ipotesi scientifica che colloca le prime fasi di elaborazione del rito sullo scorcio dell’ultima deglaciazione (12.000 – 10.000 a.C.) quando la merla ha cambiato colore dal bianco al nero, per adattarsi all’ambiente che, con lo scioglimento dei ghiacci, diventava scuro.(Bertocchi A. 2003 A. 2010).In questo modo l’Antropologia Culturale viene spostata dal campo delle scienze umane, a quello delle scienze naturali.

Ho proposto il concetto di Eco-fonte, nel contesto del XV°Congresso Mondiale ICARS 2K3.

“Humankind/Nature interaction, past.present and future- Firenze 5-12 Giugno 2003”come uno strumento operativo, idoneo a descrivere il trattamento cibernetico al quale vengono sottoposti gli input provenienti dall’ambiente, da parte sistemi culturali delle società di interesse etnologico e folklorico.. Esse hanno elaborato “ Mappe Cognitive ecologicamente valide”, così definite dall’Antropologia Comunicazionista, perché sono state premiate dalla selezione naturale in quanto capaci sia di filtrare la percezione dell’ambente naturale, che di mediare le relazioni ambivalenti e competitive tra uomo, società e natura.

In questo modo la cooperazione controlla la Hybris e l’umanità può partecipare alla co-evoluzione . Inoltre il diffondersi della hybris, non è casuale, perchè essa si espande in misura direttamente proporzionale alle deculturazioni inflitte all’Epistemologia magico-religiosa, che hanno distrutto e/o danneggiato le sue mappe cognitive ecologicamente valide, capaci di proteggere l’ambiente, sostituendole con mappe cognitive erronee , dirette all’etnocidio, all’ecocidio, e quindi al suicidio della specie. http://www.ecoantropologia.net/2008/06/12/the-eco-source-concept-for-an-epistemological-renewal-of-eco-museum-anthropology

De Varine ha ricapitolato la mia innovativa Epistemologia Ecomuseale così: “Ella ha elaborato (sui fondamenti dell’Ecologa della mente di Gregory Bateson, basate sulla Sistemica) un nuovo Pardigma: l’Antropologia della Cultura Ambientale, incentrato sull’innovativo concetto di “Ecofonte” che consente un’inedita alleanza tra Antropologia ed Ecomuseologia, denominata “Antropologia Eco-Museale (Bertocchi A 2003 b; 2004 2006; 2007) che deve essere considerata come un campo transdisciplinare emergente, perché al servizio di ricerche teoriche e pratiche che possono rigenerarle entrambe. http://www.interactions-online.com De Varine H. 2008)”

Di conseguenza comprendiamo facilmente come l’esclusivo ricorso agli strumenti D-E-A-(Demo-Etno-Antropologia) risulti inadeguato e fuorviante per lo studio delle Etnofonti: (gli Etnoreperti della cultura materiale e le Fonti orali della cultura Immateriale (Rigoli A 1995)perché le impronte ecologiche giacciono stratificate nei Contenitori simbolici delle Etnofonti e possono venir decodificate correttamente, solo grazie agli strumenti della Biologia Evoluzionistica e della Sistemica.

Infatti,, questo impianto bio-evoluzionistico e cibernetico basato sul concetto di Ecofonte si integra con l’approccio epistemologico etnostorico elaborato da Aurelio Rigoli, che considera le fonti orali e quelle materiali (Etnoreperti ) come appartenenti ad unico ambito classificatorio: quello delle Etnofonti. (Rigoli A. 1995 :Epistemologia dell’Etnostoria ). Siccome abbiamo constatato che le Etnofonti sono state elaborat in risposta agli input provenienti dall’ambiente, possiamo inserire in questa classificazione le Ecofonti.

n tale contesto ecosistemico gli etnoreperti della cultura orale e materiale, assumono il ruolo di parti attive, non solo dentro un insieme ma divengono attori di un sistema ricorsivo nel quale le Ecofonti tracciano i percorsi delle relazioni degli etnoreperti con le istanze ecologiche .

Tale innovativo sistema di classificazione include lo studio dell’ambiente come contesto rispondendo al quale le società hanno creato i sistemi culturali allo scopo di adattarsi all’ambiente nello spazio e nel tempo.

Penso che lo studio delle Etnofonti come codificatori di Ecofonti possa permetterci di porre le basi della loro classificazione e tutela in quanto patrimonio della cultura popolare di tradizione orale , all’interno di un Sistema Ecomuseale Integrato col Territorio e con il Paesaggio Questa proposta potrebbe trovare applicazione nella tutela dei piccoli Musei Etnografici,degli Ecomusei, e dei Musei Etnologici Viventi (come in Cina (Guiyang 2005-Forum Internazionale degli Ecomusei) per proteggerli dalle minacce del Turismo Insostenibile e dalle trappole commerciali della globalizzazione, che comportano omologazione culturale e distruzione . Allo scopo di raggiungere questi obbiettivi, ho partecipato al 16 Congresso Mondiale IUAES (Yunnan University – Kunming –China- in qualità di Chairperson con la relazione presentata in PPT intitolata “Ecomuseologia fra turismo sostenibile e insostenibile” (Bertocchi A. 2009 a).

Nel mio Panel ho raccolto 30 ecomuseologi provenienti da tutto il mondo.

Con questi strumenti la storia orale (l’Etnostoria ) può essere riconosciuta come parte integrale della Storia Naturale. E l’umanità sarà in grado, correggendo le Patologie dell’Epistemologia, di correggere i gravi errori di comportamento che l’ hanno portata alla crisi presente, e riuscire a superarla, per riaprire alle nuove generazioni l’orizzonte del futuro

Antonia Bertocchi

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