L’antropologia di Antonia Bertocchi
I Misteri del Toro Api 
Prima parte: Macchie bianche e nere come impronte divine
Bianco// Nero- Anafi. Cremona  N.35  Luglio 1999
 www.anafi.it/BiancoNero/bnlug99/pag35.pdf  
 
 Introduzione:
Dopo una prima collocazione della problematica delle origini della razza Frisona entro le coordinate offertedall’antropologia della cultura ambientale allevatoria e dell’etnostoria, cominciamo da questo numero a prendere inconsiderazione singoli mitologemi,* avvicinandoci a quello del cosiddetto «bue Api», che in realtà era un toro. E che toro!
Egli era portatore di particolari macchie suscettibili di interpretazione simbolica, e la grande attenzione portata ad essedai sacerdoti, offre nuove articolazioni alle ipotesi sulla priorità della loro comparsa.
 
Api , Dio Egizio della forza e della fecondità, era rappresentato da un toro sacro, quale manifestazione divina (teofania) della triade di MenfiPtah-Sokar-Osiride (1). Il suo culto è documentato sin dalla prima dinastia, retrodatabile, secondo Martin Bernal, al 3400 a.C. (2), e l’originedel suo nome viene  collegata da B. De Rachewiltz a «hep», termine che già nei testi delle Piramidi (Pyr 1312), designa la forza procreatrice, e che potrebbe costituire la sostanza archetipica del noto grido di giubilo: «Heep, heep, urrah!» (3).
Per questo «era necessario che il toro mostrasse i segni esterni più evidenti possibili della sua forza sessuale.
Porfirio dice che doveva avere le parti generative di dimensioni straordinarie, per meglio indicare la potenza generatrice
che il sole esercita sulla natura, mediante il proprio calore. Il Dulaure (4), ha osservato che il nome Priapo potevaessere scomposto in Pri-Api, e designare il principio di fecondazione dell’animale » (5).
Le caratteristiche del suo culto, fanno pensare che esso derivi dalla interpretazione simbolica delle macchie (bianche su mantello nero o nere su mantello bianco), che apparivano su taluni esemplari, secondo un noto meccanismo di mutazionegenetica che riguarda gli animali sottoposti alla semidomesticazione e alla domesticazione. Condizioni che  proteggono gli animali dalla controselezione di questi geni, che avverrebbe in natura, in quanto li renderebbero più visibili e aggredibili dai predatori.
Solo poco per volta e con la conoscenza, derivante dalla pratica dell’allevamento, della funzione del seme maschile ai finidell’ingravidamento, verranno tentati esperimenti di incrocio atti a tramandare nella discendenza questi caratteri,dapprima perché alludenti a forme di animali o di fenomeni naturali rilevatori del sacro cosmico immanente, e in seguito per lapositiva correlazione qualitativa e quantitativa con la produzione di latte e carne.
A quanto riferisce Erodoto (6): «Questo vitello detto Api, ha i seguenti contrassegni: è nero, ma ha sulla fronte una specie di triangolo bianco e sulla schiena l’immagine di un’aquila, e nella coda peli doppi e l’immagine di uno scarabeosotto la lingua». Da altri autori apprendiamo che un’altra macchia poteva avere la forma di un avvoltoio in volo (7) e quella bianca poteva avere la forma di una mezza luna (8) che secondo Strabone poteva ritrovarsi sulla fronte o su uno dei fianchi (9), e che quella sulla fronte poteva essere quadrata anziché triangolare (10).Queste «stimmate» lunari, rimandano a concezioni magico-religiose di tipo matriarcale, come si evince dal mito della nascita dell’Api, dovuta ad una «mistica concezione» (11) ad opera di un lampo (12), sceso dal cielo ad ingravidare una vacca vergine. Lampodi luce mistica,dall’ambiguità soli-lunare che, come ha rilevato il Morretta, nei riguardi dell’Apis-Hep diMenfi quale «figlio» o incarnazione di Ptah proto-dinastico, precorre lo SpiritoSanto cristiano,e la dottrina del Verbo incarnato e dell’Helios-Logos in San Giovanni (13).
Questo mito concezionale lascia intravedere arcani precedenti lunari all’idea di una fecondazione del grembo della Regina,ad opera dei raggi del Dio Sole Rà (14).
Un’ulteriore connotazione «lunare» emerge dalla durata della vita di questo Toro sacro che veniva sacrificato al termine del suo 25o anno mediante affogamento, poiché «questo periodo di 25 anni corrisponde a quello al termine del quale le fasi
del sole e della luna ricorrevano lo stesso giorno» (15). Si tratta dunque di un ciclo che segue la tipologia del «grande anno», al termine del quale, nella ricorrenza di un raccordo solilunare, il Rè Divino delle società agricole matriarcali
si autosacrificava per propiziare la fecondità delle messi, in un momento particolarmente significativo dal punto di vistadel calendario coltivatorio. Inizialmente era di cento lunazioni, ma poi, col progredire dei calcoli astronomici, fu prolungato del «grandissimo anno» di 235 lunazioni (19 anni), quando si verificava una migliore sincronizzazione del tempo solare e lunare (16). La forma della mezza luna doveva essere percepita come particolarmente carica di «potenza sacra» perché, oltre ad essere collegata col ciclo mestruale mensile della donna, richiamava anche le corna dei bovidi
selvaggi che, prima della domesticazione, erano molto forti ed appariscenti.
Come dimostra la Venere di Loussel, queste corna hanno innescato processi mitopoietici** fin dalla più lontana
preistoria, databili, secondo la Gimbutas, al Gravettiano- Perigordiano della Dordogna (25000-20000 a.C.) (17).Il corno che regge con la mano destra, è ornato con tredici tacche, a significare che il suo stato di gravidanza è da attribuire alla fecondazione da parte della luna fallica.
 
 
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«Venere di Laussel» in bassorilievo nel riparo rupestre di Laussel, Dordogna, Francia meridionale. Si noti che la mano sinistra è sul ventre e la destra regge un corno ornato con tredici incisioni. Gravettiano, Perigordiano Superiore; 25000-20000 a.C. (circa)

 Il simbolismo che relazionava i cicli lunari ad Osiride e alla vegetazione, era insito nelle cerimonie della consacrazione di Api, che avevano inizio «la prima notte di luna crescente e consistevano in una visita al santuario del Nilo nell’isola di Roda, proseguendo poi per via fluviale alla volta di Menfi, ove l’effettiva consacrazione avveniva durante il plenilunio» (18).
Secondo il Posener (19), il pelame del Toro Api non era nero con figure mitiche bianche, ma al contrario il suo mantello era bianco, ornato di immagini nere, sulla fronte, sul collo e sul dorso. L’ipotesi di Decio Cinti, che le macchie bianche fossero prodotte «dai sacerdoti stessi in un modo qualunque», potrebbe avere un fondamento di tipo magico-propiziatorio, ma il loro scopo deliberato era quello di trovarne uno provvisto realmente e per grazia divina, dei sacri segni (20).

 

 

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 Possiamo immaginare, nei ministri del culto di Api, una forte carica e gratificazione di tipo ludico. Questi giochi  dell’immaginario mitopoietico impegnavano in modo salubre la mente e il cuore, perché le figure ricercate erano a loro volta particolarmente significative dal punto di vista magico religioso e della tessitura di relazioni di rispetto e amore tra uomo, società e natura.
Quindi un segno-disegno, risultava tanto più attrattivo quanto più si inseriva, come il crescente lunare, l’aquila lo scarabeo, il triangolo o il quadrato, in un linguaggio iconico già codificato, attraverso il quale potenze divine già familiari, si palesavano, per comunicargli i loro doni spirituali e vitali, all’uomo.
Per questo «i sacerdoti di Apis a Menfi, noti durante l’antico Regno come bastoni di Apis, battevano la campagna alla ricerca del toro recante il marchio divino, marchio che doveva essere presente su più parti del corpo dell’animale» (21).
Ecco perché questo simpatico toro era al centro di riti festosi a cui, come vedremo nel prossimo numero, partecipava tutto il popolo in allegria.

 * Mitopoietici = generatori del mito.* :Mitologema: il nucleo originario di un mito,di cui i singoli miti tradizionali sono sviluppi e varianti. (Dal grecomytholò-gèma = racconto favoloso). (Devoto G.-Oli G.: Vocabolario illustrato della lingua italiana. Selezione dal Reader’s Digest – Milano 1979). 

Bibliografia

(1) Bunson Margaret (1995): Enciclopedia dell’Antico Egitto. Voce: Apis. Fratelli Melita editori, Città di Castello(Perugia).
(2) Bernal Martin (1994): Atena Nera. Radici afroasiatiche della civiltà classica. Pratiche Ed. Parma. Vol I, tomo I, tav.I, p. XVI.
(3) De Rachewiltz Boris (1999): I miti egizi. T.E.A. ed. Milano p. 35.
(4) Delaure: «Des divinités génératrices chez les Anciens et les modernes» in Clébert J.P. (1990).
(5) Clébert Jean Paul (1990): Animali fantastici. Armenia, Milano, voce: Toro.
(6) Erodoto. Le Storie. Sansoni, Firenze (cap. III, 28) (1967).
(7) Bunson M., op. cit., p. 32.
(8) Clébert J.P., op. cit., ivi. Cinti Decio (1935): Dizionario mitologico Sonzogno, Milano, voce: Api, Apis, Hap, p. 32.
(9) Pernety Dom Antonio (1987): Le favole egizie e greche. Fratelli Melita ed. Genova, p. 93.
(10) Tocci V. (1974): Dizionario di mitologia. ELI (Ed. Librariee It.). Voce: Apis.
(11) Bunson M., op. cit., p. 32.
(12) Questo «lampo», come lo definisce Erodoto, op. cit., ivi. Secondo alcuni era un raggio di sole (Diodoro Siculo in Clébert, op. cit., voce: Toro, p. 333). Secondo altri si trattava di un fulmine (Pernety, cit., p. 95).
(13) Morretta Angelo (1990): Miti antichi e miti del progresso. Antropologia del sacro dal paleolitico al nucleare.E.C.I.G.- Genova, p. 95.
(14) Prieur Jean (1991): Gli animali sacri nell’antichità. Arte e religione nel mondo Mediterraneo. E.C.I.G.-Genova, p.108.
(15) Comte Fernand (1990): I grandi miti. Vallardi-Garzanti, Milano. Voce: Api,dio egiziano.
(16) Graves Robert (1995): i miti greci. E, Milano, p. II e p. 269.
(17) Gimbutas Marija (1997): Il linguaggio della Dea, mito e culto della dea madre
nell’Europa neolitica. Neri Pozza ed., Vicenza, p. 142.
(18) De Rachewiltz Boris (1982): Egitto magico-religioso. Manlio Basaia ed., Roma, pag. 79.
(19) Posener George et al.: Dizionario della civiltà egizia. Il Saggiatore, Milano. Voce: Api.
(20) Cinti Decio, op. cit., pag. 32.
(21) Rachet Guy (1991): Dizionario dell’antico Egitto. Newton Compton Roma. Voce: Apis.

Riferimenti alle illustrazioni in (www.anafi.it/BiancoNero/bnlug99/pag35.pdf  ) 

Le rappresentazioni di Apis sono tratte: foto 1 e 2 da Lexicon Iconographicum Mythologiae classicae (LIMC), II, I, pag.
176. Artemis Verlag Zürich und München. Berna 1984. La foto 3 dall’Enciclopedia Treccani voce: Api.

La Venere di Loussel (Dordogna) è tratta da: Enciclopedia «Le origini dell’uomo». A.Curcio ed. Milano (1979),p.92.
Il commento è tratto da: Gimbutas Marija (1997): Il linguaggio della Dea, mito e culto della Dea Madre nell’Europa Neolitica. Neri Pozza ed. Vicenza, pag. 142.

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