L’antropologia di Antonia Bertocchi

. SACRI BOVINI : Origini  magiche della Cultura Allevatoria . Parte terza

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 Bianco/Nero  ANAFI Cremona.  Giugno ’99 n. 41

-Introduzione

 In questo articolo viene fatto un altro passo in direzione della ricerca delle origini della razza Frisona, guardando alle vicende della ricostruzione genetica dell’Uro Pleistocenico. In base ai risultati delle più recenti scoperte archeologiche, diventa possibile una radicale retrodatazione delle origini dell’agricoltura e dell’allevamento alla loro apparizione in Africa Settentrionale.

Continuanbdo il nostro discorso sui mitici antenati di Ercolina, totem dei Cobas del latte, risaliremo sempre più indietro nel tempo, tenendo ben presente che, come ha rilevato Mircea Eliade (Trattato di Storia delle Religioni), nel corso della storia non esiste nessun animale che non sia stato considerato sacro(1 ). Secondo le concezioni magico-religiose animiste e totemiche, che hanno accompagnato l’evoluzione della cultura umana fin dalla preistoria, l’animale è lo specchio dell’uomo nella misura in cui evoca qualità e comportamenti umani, come ad esempio l’accudimento della prole spinto all’autosacrificio in mammiferi e uccelli. Se, al contrario presenta facoltà straordinarie o inaccessibili all’uomo (il volo, il linguaggio segreto delle vocalizzazioni e delle ritualizzazioni), assurge ad accumulatore della “potenza” sacra immanente al cosmo (il “mana”). In ogni caso esso assume un ruolo centrale nella funzione mitopoietica e nelle sue espressioni magico-rituali (2). Per quanto riguarda i bovini, una specie di bovino selvatico, il Bos Primigenius, l’uro, “Per molte migliaia di anni fu una delle prede più ambite dei cacciatori del paleolitico; ne sono una prova i magnifici graffiti riproducenti i maschi e le femmine della specie eseguiti dagli artisti cromagnoniani che vivevano nelle caverne di Lascaux e di Les Eyzies nella Valle della Dordogna tra il 30.000 e il 15.000 a.C. (Hyams E. 1973 p.335). Esso, come altri grossi mammiferi, era al centro di riti di magia propiziatoria della caccia, e il fascino che esercitò sul nostro immaginario non venne mai meno, al punto che, pur essendo completamente estinto, fu ricostruito, con esperimenti di “riproduzione regressiva”, da due zoologi tedeschi: Lutz ed Heinz Heck, iniziati del 1921. “Heinz Heck, il quale dirigeva lo zoo di Monaco, lavorò su alcuni capi della razza scozzese degli Hinghland, su alcune varietà alpine e frisone e su esemplari di razza corsa. Col tempo le sue fatiche furono ricompensate, infatti nacquero due vitelli, un maschio ed una femmina, con le caratteristiche simili agli animali di “Lascaux”.  

Furono accoppiati: i loro piccoli si riprodussero “allo stato puro” e nel 1951 Heinz Heck disponeva di una quarantina di uri

ricostruiti (3).

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In tal modo egli dimostrò che l’antenato delle attuali razze bovine era l’uro pleistocenico, dalle lunghe corna. Mentre per quanto riguarda la razza più piccola, dalle brevi corna il problema rimane aperto(4). Pur senza escludere a priori che qualche forma di semidomesticazione sia avvenuta anche nell’Europa paleolitica, l’ipotesi che le prime forme di domesticazione siano avvenute nell’Africa settentrionale poggiano su di una sinergia di considerazioni, confermate dalle recenti rivelazioni sull’origine dell’agricoltura ad opera di una missione archeologica italiana che ha condotto una campagna di scavi nell’oasi di Farafra, nel Sahara egiziano. Evidenziando tracce di coltivazioni agricole risalenti ad un periodo compreso tra il 6.000 e il 7.000 a.C., ha invalidato la teoria che voleva collocare l’origine dell’agricoltura e della civiltà ,nella mezzaluna fertile (vicino oriente)(5). La notizia è apparsa clamorosa al grosso pubblico, ma in ambito specialistico sono ben note le scoperte della spedizione internazionale che sin dal 1982, a Uady Kubbanya, una regione desolata nel deserto occidentale egiziano, documentò che “tra… 17.000 e… 18.500 anni fa, quando i ghiacci ricoprivano ancora buona parte dell’Europa, delle genti africane stavano già coltivando frumento, orzo, lenticchie, ceci, capperi e datteri. Ciò avveniva nelle pianure alluvionali del Nilo, secondo modalità che rimasero più o meno identiche per altri 13.000 anni, fino al sorgere della civiltà egiziana classica e ancor oltre, fino ai tempi moderni(6). È assai probabile che anche l’origine dell’allevamento bovino incontrerà notevoli retrodatazioni. Infatti, è recentissima la notizia che la stessa équipe americana che scoprì la nascita delle più antiche forme di agricoltura nell’oasi di Uady Kubbaniya ben 8.000 anni prima dell’epoca assegnata dai testi scolastici, continuando le ricerche in una zona più a sud, Nabta Playa, distante un centinaio di chilometri dalla valle del Nilo, a occidente di Abu Simbel, ha trovato in un tumulo “lo scheletro completo e ancora in connessione di un bue. La fossa a pozzo che lo conteneva, misurava 2 metri di diametro, una profondità di 50 cm. ed era sigillata con legno e uno strato d’argilla. Sullo strato d’argilla erano state successivamente accumulate pietre di varia dimensione. Dagli esami al radiocarbonio dei frammenti di legno che coprivano l’animale, è stata ottenuta una data di 6470 ± 270 anni da oggi. La presenza di un culto del bestiame a Nabta, è un dato di notevole rilevanza per la conoscenza della mitologia del bestiame nell’antico Egitto.

  

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 Questo “culto”, potrebbe essere indizio dell’esistenza a Nabta di una società ordinata gerarchicamente, con sacerdoti che officiavano riti di inumazione, molte centinaia di anni prima che venissero rilevati degli elementi di diversificazione sociale nella valle del Nilo”(7). È probabile che questo animale costituisca il predecessore del toro Apis che alla sua morte, veniva mummificato e sepolto con un preciso rituale fin dalla I Dinastia. Dal punto di vista della ricostruzione dell’etnostoria della domesticazione dei Bovini, sarebbe interessante sapere se quello di Nabta era lo scheletro di un maschio integro o di un bue, e se anche alle vacche era votato un culto, in quanto è assai probabile che nel caso dell’Uro, esse siano state addomesticate prima dei maschi, dei quali è facile immaginare la forza e la pericolosità. Qualità che i faraoni e i nobili apprezzavano e non temevano, dal momento che continuarono a cacciare l’Uro, presente sin della preistoria anche in Africa settentrionale, fino al Nuovo Regno(8 ).Sappiamo che gli egiziani allevavano diverse specie di bovini con tecniche specifiche il cui studio mirato, potrebbe fornire elementi utili alla storia della domesticazione. L’intrecciarsi di tali tecniche con premesse culturali di ordine magico-religioso, consente di utilizzare queste ultime come percorsi di indagine affidabili e produttivi di scoperte inattese. Si tratta di un discorso nuovo, embrionale, ma ricco di prospettive, di cui sono stati proposti all’attenzione del lettore, alcuni anelli. Nella misura in cui i lettori risponderanno con interesse questo discorso potrà affermarsi e proseguire.

Didascalie

Coppie di buoi, aggiogati mediante un’asse di legno passata fra le corna, tirano gli aratri a duplice impugnatura che scavano i solchi nel terreno che il Nilo, straripando, fertilizza col suo limo. Altri coltivatori (pannello superiore) abbattono un albero con la scure e sradicano il sottobosco per guadagnare nuova terra alle colture. Al limite del campo, la pozza di acqua azzurra è quanto rimane dell’inondazione, dopo che il fiume si è ritirato Confrontate la testa di uro vivente, che veniva cacciato nell’Europa paleolitica e nell’Asia occidentale e fu addomesticato nell’Asia occidentale dall’uomo neolitico, con il disegno di testa di toro eseguito da un grande artista magdaleniano sulla parete di una caverna a Lascaux (Francia) circa ventimila anni fa  (www.anafi.it/BiancoNero/bngiu99/pag41.pdf )

Disegni rupestri di uomini e animali che un tempo vivevano neln  Sahara 

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Peintures rupestres d’abri sous roche du site de Jabbaren dans le Tassili n’Ajjer. Datation très controversée.Sahara algérien – – Guy Sabattier 

 

  

Rilievo sulle pareti del tempio di Sethi I ad Abido, raffigurante Ramesse II che cattura un toro 

www.gutenberg.org/…/19400-h/images/167.jpg 423 x 322- 42k Note al testo

Note al testo

1. Eliade Mircea (1981): Trattato di storia delle religioni. Boringhieri, Torino, pp. 15-16.

2. Sul totemismo la bibliografia etno-antropologica è vastissima. Per una corretta impostazione della problematica si veda la voce “Totemismo” nell’Enciclopedia delle Religioni, Vallecchi, Firenze 1970 a cura di Alfonso M. Nola, e la stessa voce nel dizionario di François Laplantine: Le 50 parole chiave dell’antropologia. Edizioni Paoline, Catania 1975. Per la comprensione del fenomeno nelle sue espressioni attuali, risultano utili i testi sullo sciamanesimo. Ad Es: Joan Halifax: “Lo sciamanesimo, il maestro dell’estasi”, Ed. RED, Como 1990; Nevill Drury: “Gli sciamani” Xenia edizioni, Milano 1995; John Matthews: “Sciamanesimo celtico”. Ed. Età dell’Acquario, Novara 1997; Piers Vitebsky: “Gli sciamani”. Viaggi dell’anima, trance, estasi e rituali di guarigione. E.D.T., Torino 1998..

3. Hyams Edward (1973): “…e l’uomo creò le sue piante e i suoi animali”. Storia della domesticazione. Mondadori, Milano p. 337. 4. Heck L. (1951): “The Breeding Back of the Aurochs”. “Oryx”, n. 1, Londra.

5. Barich Enrico: “Prima dei faraoni. Il Sahara”. Archeologia viva n. 70, luglio/agosto 1998. 6. Wendorf Fred, Schild Romuald, Close E. Angela (1982): “Un antichissimo raccolto sul Nilo. Scienza ’82, n. 10, dicembre 1982.

7. Baistrocchi Massimo: “Sepolti come principi”. In età neolitica un culto funerario dedicato al bestiame. Archeo. Attualità del passato, n. 8, agosto 1998. 8. Posener et al. (1961): Dizionario della civiltà egizia. Il Saggiatore, Milano. Voce: Bovini.

 

 

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