L’antropologia di Antonia Bertocchi

 

 

I MISTERI DEL TORO API
Parte terza: al centro di un ventaglio di simboli

 

BIANCO NERO . OTTOBRE ’99 n.49
Introduzione

Con questa puntata si chiude il miniciclo riguardante il Toro Api, ponendolo
nel più vasto contesto di tre diverse combinazioni di colori del
manto: bianco/nero, tra bianco/rosso e bianco/rosso/nero. L’esplorazione
di questa simbologia pone le premesse per una corretta impostazione
della problematica della transizione dalla caccia/raccolta, alle prime forme
di allevamento

 
COME ABBIAMO VISTO in precedenza, il mistero della comparsa di specie di bovini pezzati di bianco e nero, non è separabile da quello delle pezzature rosse, come è dimostrato anche dall’esistenza di animali
dal manto bianco, rosso e nero. Gli albori della cultura allevatoria erano intrisi di mentalità totemica, ed è facile immaginare come la nascita di questo tipo di animali abbia suscitato un riverente stupore ed una pronta risposta interpretativa, nella chiave di lettura offerta dalle categorie magico-religiose proprie di quel tipo di tradizione culturale di caccia-raccolta in cui questo fenomeno si verificò per primo. Per poter localizzare nello spazio e nel tempo la bioregione in cui questa mutazione biologica e culturale ebbe luogo, disponiamo del metodo etnostorico che è in grado di collocare in un’unica rete le coordinate del pensiero simbolico con quelle dell’organizzazione sociale, economica ed ecologica (1).

Gli esemplari pezzati furono tenuti sotto attenta osservazione, fatti oggetto di culto e di riti di moltiplicazione. È probabile che la genetica stessa sia nata al servizio della necessità
culturale di poter disporre in modo continuativo di queste bestie speciali, di cui si desiderava veder riprodotte le qualità mistiche e gastronomiche nella discendenza. Parlando del toro Api, abbiamo cominciato a sollevare un velo sui complessi simbolismi delle sue macchie che ne facevano un potente mediatore di resurrezione.
La psicologia della caccia, in misura ancora più intensa della psicologia della raccolta, risentiva della costitutiva ambivalenza della psiche umana. Una condizione che comporta «la compresenza nel medesimo soggetto di desideri o idee o sentimenti tra loro antitetici (in modo particolare della coppia amore/ odio), nei confronti del medesimo oggetto» (2).
Questa oscillazione mette normalmente in movimento una reazione compensativa: la «riparazione» (3). Ritengo che questo tipo di risposta, per poter venir correttamente attivata e pilotata al conseguimento dell’obiettivo del riequilibrio psichico, esiga di venir regolata da precisi codici di tipo magico-religioso, affidabili per tradizione e che, in assenza di tali dispositivi, l’ambivalenza si scinda nelle sue componenti coflittuali, ed esse entrino in fibrillazione catastrofica deflagrando in un ampio spettro di patologie psichiatriche.
Per questo il rimorso provato davanti alle spoglie dell’animale ferito e agonizzante, aveva suscitato riti di scusa, e di sacralizzazione della consumazione delle sue carni che in parte dovevano essere restituite al suo «spirito» per favorirne e meritarne la reincarnazione.
Venendo al simbolismo legato al colore rosso, esso rappresenta innanzitutto la forza vitale che risiede nel sangue, tanto che ancora oggi, presso etnie africane,ogni macellazione costituisce un atto sacro, da eseguirsi secondo modalità e occasioni ritualmente prescritte.
L’uomo totemico, consapevole del fatto che l’animale si era sacrificato per lui, si sentiva colpevole e riconoscente, d aveva escogitato, in «riparazione», riti di «riscatto » e di «finzione rituale» (4) che nel contempo conseguivano il risultato di ridurre al minimo la pressione sull’ambiente ecologico, preservandone in modo ottimale le risorse. Ogni Clan poneva una serie di tabù di caccia sui propri animali totemici, che venivano uccisi e consumati solo in occasione della Grande Festa di Capodanno, (5) quando le diverse sezioni e sottosezioni tribali riaffermavano la loro relazione di mistica parentela di carne, sangue e spirito, con le diverse specie totemiche locali che, proprio attraverso il veicolo del sangue si offrivano alla assimilazione metabolica, comunicando in tal modo agli uomini le loro virtù.
L’ambivalenza del sacro (6), risponde molto bene alle esigenze di ritualizzazione dell’ambivalenza umana, perché incoraggia, promuove e porta a buon fine i processi di riparazione. Nel caso della caccia, che è vissuta come un sacrilegio, il bisogno di riparazione è soddisfatto da due strategie rituali complementari: da un lato i tabù di caccia adempiono alle istanze di protezione e del prendersi cura degli animali, dall’altro la sacralizzazione comunitaria del pasto placa i rimorsi della consumazione.
Questi usi continuarono durante le prime fasi della domesticazione. Nel caso dei bovini in livrea bianco/nera, il circuito ricorsivo per cui l’animale con l’uccisione, dà la vita all’uomo, ma nel contempo l’uomo con l’uccisione «libera» la sua «anima», restituendola al ciclo eterno della metempsicosi, doveva la sua attrattività al simbolismo “luce/tenebre,” perenne rigeneratore di vitamorte, che porterà ad istituire un culto per il toro che ne indossava letteralmente i segni: Api.
Nel caso di bovini pezzati di rosso, l’accento magico si spostava sull’efficacia simbolica del sangue che ne risultava rafforzata. In ogni caso questi animali risultavano doppiamente appetibili, sia dal punto di vista gastronomico che da quello simbolico. Come dire che erano nello stesso tempo «buoni da pensare» e «buoni da mangiare » (7).

 

frisona Italiana

Nefertari Tomb

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E triplamente appetibili saranno stati allora i bovini dotati di tutti e tre i colori isieme, come si può vedere da un dipinto sul  Sarcofoago di di Hagia Triada, isola di Creta / civiltà minoica, circa 1400 a.C.) di chiaro influsso egizio, che rappresenta il toro sacrificato durante una cerimonia sacra ( descritta in: “(http://www.url.it/donnestoria/testi/creta/cerimonia.htm)

 

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Quelle bistecche dovevano essere ben più saporite delle nostre, e non solo perché non c’era inquinamento nell’ecologia del territorio, ma perché non c’era inquinamento neanche nell’ecologia della mente (8).
Il totemismo ci insegna che la vera digestione avviene innanzitutto nella mente e nel cuore educati da
codici magico-religiosi, che resistettero fino a tutta l’epoca dell’agricoltura intensiva e dell’allevamento semibrado matriarcale, soccombendo solo sotto i colpi dell’assetto patriarcale e classista della società, che provocò l’emergere di tendenze filosofiche laiche, scettiche e materialiste, impotenti a percepire il sacro nella natura, perché impotenti a correggere i propri errori e a fare riparazione.
Oltre all’uccisione e all’ingestione ritualizzate, esisteva un terzo modo per immettere nel ciclo dell’autorinnovamento cosmico le energie vitali,quello di utilizzare i sacri bovini nei riti funerari, come animali «psicopompi » (conduttori di anime), mediatori per eccellenza di rinascita.
In origine, in Egitto il defunto veniva avvolto nella pelle dell’animale come in un sarcofago propiziatorio
di immortalità. Micerino (circa 2500 a.C.) «fece seppellire sua figlia in una vacca di legno, per essere sicuro che rinascesse dopo la morte» (9).
Si tratta di una consuetudine risalente al periodo pre-dinastico della cultura Badariana (dal 4500 al 4000 a.C.); quando i corpi dei morti venivano avvolti con pelli di animali o con stuoie fatte di canna (10).
Questo sistema di credenze era talmente radicato, che persino durante l’epoca della mummificazione ne sopravvisse la memoria, come si vede dalla pittura di un fondo di sarcofago in cui un toro pezzato nero, simile ad Apis, trasporta sul dorso una mummia nell’al di là.
Queste stesse idee stanno alla base di quelle sopravvivenze folkloristiche europee, in cui la Morte cavalca un bue e gli fa tirare il proprio carro, e rivivono nei trionfi petrarcheggianti del Rinascimento, in cui buoi neri ricoprono questo ruolo funesto, mentre in contrapposizione i buoi bianchi rappresentano il sole (11).

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A critical edition in modern spelling of the Countess of Pembroke’s translation of Petrarch’s

Trionfo della Morte

 
Come rivela la scena di ballo e musica in una  miniatura fiamminga la struttura profonda di queste allegorie della morte non è necrofila ma esorcistica.
Prossimamente, insieme ai lettori più fedeli, scopriremo come il discorso sulla tricromia di alcune mandrie di bovini mitici, possa condurre a nuove ipotesi sull’origine del Calendario.

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didascalie dell’edizione originale:

 

Esempio di macellazione in occasione di Feste nell’Antico Egitto
Da «La Dance aux aveugles» di Pierre Michault: la raffigurazione allegorica
della morte. Min. fiamminga, sec. XV (Chantilly, Museo
Condé – Ms. 146 – f. 56 r)

Il sacrificio di un toro. Particolare di uno dei lati maggiori di un sarcofago
di pietra dipinto ad affresco trovato da Hagia Triada. 1400
a.C. circa (Iraklion, Museo Archeologico)

Un piatto di prima scelta
Si pensa che anche gli Egizi non mangiassero carne tutti i
giorni. In un paese molto caldo come l’Egitto, la carne non
poteva conservarsi bene e doveva essere consumata entro
tre o quattro giorni, per evitare malattie.
È per questo che la carne di bue era considerata come un
lusso e poteva essere consumata solo in occasione delle feste.
Come spiega Pierre Montet, autore di un’opera sulla
vita quotidiana in Egitto, solo i faraoni erano grandi consumatori
di carne di bue.
Lo testimoniano le scene di macellazione e le processioni di
animali destinati ad essere cucinati che decorano le pareti
delle tombe.
Il bue in questione, chiamato iua, era un animale pesante,
di notevoli dimensioni, con grandi corna, che veniva ucciso
quando diventava troppo grosso.
Sotto i Ramessidi, i buoi erano portati al tempio dove venivano
visitati prima dell’uccisione, e solo le bestie riconosciute
sane venivano macellate.
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Fondo di un sarcofago di legno stuccato e dipinto. Un toro pezzato, simile a Apis, trasporta
sul dorso la mummia; in alto, l’anima del defunto rappresentata da un grande uccello
(Torino, Museo Egizio)

Note al testo
(1) All’interno dell’ecosistema terrestre,
ogni bioregione costituisce un luogo individuato
dalle sue forme di vita, dalla sua topografia,
ed è caratterizzato da una peculiare
comunità biotica, composta da tutti gli esseri
viventi in essa, uomini, piante, animali, nel
contesto di ben precise coordinte geografiche
e climatiche, costituendosi un sistema
altamente organizzato, nel quale il tutto è di
più della somma delle parti. (Castiglione Silvana,
1995: Il concetto di bioregione. La
Stampa. Quotidiano Torino, 2 agosto 1995).
(2) Il concetto di ambivalenza, in psicoanalisi
è stato introdotto da E. Bleuer nel
1910, e sviluppata da S. Freud, K. Abraham,
T. Reik, M. Klein.
(3) Secondo Melanie Klein e Joan Rivière
(in Aore, odio, riparazione, Astrolabio, Roma
1969), ogni pulsione è intrinsecamente ambivalente.
(4) Di Nola Alfonso Maria (1974): «Finzione
rituale» in: «Antropologia religiosa». Vallecchi,
Firenze.
(5) Lanternari Vittorio (1959): La Grande
Festa. Storia del Capodanno nelle civiltà primitive.
Il Saggiatore, Milano.
(6) Eliade Mircea (1981): Trattato di storia
delle religioni, Boringhieri, Torino. Cap. I –
paragrafo n. 6: Il tabù e l’ambivalenza del sacro,
pp. 19-24.
(7) L’idea che le specie naturali non vengano
scelte perché «buone da mangiare», ma
perché «buone da pensare» (Lévi-Strauss
Claude «Il totenismo oggi», Feltrinelli, Milano
1972, p. 26), è stata suggerita a Lévi Strauss
dalla riflessione sulla presenza, nei sistemi di
classificazione totemici, di animali privi di
valore utile e persino di fenomeni naturali e
psicologici (Ivi, p. 109). Mi è sembrato corretto
includere questo discorso di logica di
opposizione (o/o), in un discorso logica di
integrazione (e/e), dal momento che la medicina
psicosomatica va riscoprendo, dai
modelli sciamanici dell’etnomedicina, la funzione
positiva del pensiero magico nel facilitare
le funzioni fisiologiche e biopsichiche in
modo reciproco.
(8) Bateson Gregory (1976): Verso un’ecologia
della mente. Adelphi, Milano.
(9) Clébert Jean Paul (1990): Animali fantastici.
Armenia, Milano. Voce: vacca.
(10) Bunson Margaret (1995): Enciclopedia
dell’Antico Egitto. Newton Compton, Roma.
Voce: riti funebri, p. 231.
(11) Clébert J. P., op. cit. Voce: bue.
Bibliografia delle figure

 
Fig. n. 1 – I tori col manto bianco e nero
macellati in occasioni di Fete nell’Antico
Egitto sono tratti da: Enciclopedia: «Egitto.
Storia e mistero». De Agostini Mailing, Novara
(1999).
Fig. n. 2 – Il sacrificio del toro pezzato in
bianco, rosso e nero da «Le grandi avventure
dell’Archeologia», Armando Curcio ed., Milano,
p. 909.
Fig. n. 3 – Il Toro conduttore dell’anima
del Museo Egizio di Torino è tratto dall’Enciclopedia
«Le grandi avventure dell’Archeologia
», (come sopra), p. 687.
Fig. n. 4 – La miniatura fiamminga con la
danza intorno al toro cavalcato dalla Morte,
è tratta da: Apollonio Mario (a cura di): Vita
Nova e Rime di Dante Alighieri. Fratelli Fabbri
Editori, Milano 1965, p. 64. Essa costituisce
il particolare di una miniatura di scuola
fiamminga del sec. XV: «La dance des aveugles
» di Pierre Michault, Chantilly, Museo
Condé.

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