L’antropologia di Antonia Bertocchi

SACRI BOVINI :ORIGINI MAGICHE DELLA CULTURA ALLEVATORIA BIANCO NERO . MAGGIO ’99 n.35 [2a parte] Introduzione : Tra i miti riguardanti l’antropologia culturale dell’allevamento bovino, viene preso in considerazione quello dell’infanzia di Ermete che adombra il passaggio dalla caccia alla semidomesticazione. Ne emerge l’ipotesi che inizialmente il manto pezzato sia comparso per primo nelle vacche, come dimostrano i miti sulle vacche celesti.  Correggio: Venere  Hermes e Eros 1525(sh.wikipedia.org/wiki/Hermes )

Seguendo la narrazione di Robert Graves:(1) «Quando Ermete nacque sul monte Cillene, sua madre Maia lo avvolse nelle fasce e lo depose in un canestro ma, con sorprendente rapidità, egli si trasformò in un ragazzino e non appena la dea gli voltò le spalle, balzò fuori dalla culla e andò in cerca di avventure. Giunto nella Pieria, dove Apollo custodiva una magnifica mandria di vacche, decise di rubarle. E affinché Apollo non lo acciuffasse seguendo le tracce degli animali, fabbricò alla svelta grandi babbucce con la corteccia di una quercia e le legò agli zoccoli delle vacche con fili d’erba intrecciati; poi si allontanò nottetempo guidando la mandria lungo un sentiero. Apollo il mattino dopo si accorse del furto, ma il trucco di Ermete funzionò a meraviglia…». Tuttavia Apollo non si diede per vinto e, in seguito a perlustrazioni di indizi, degne di Sherlock Holmes, tra i quali l’attenta osservazione del comportamento di un uccello dalle lunghe ali, ritrovò la mandria, ma perdonò Ermete, e gliela restituì, in cambio della sua magica lira , strumento  da lui inventato, cpn cui lo aveva deliziato e incantato.
 
Secondo Robert Graves questo mito spiega come i barbari Elleni sfruttarono, in nome del loro dio Apollo, la civiltà pre-ellenica che trovarono nella Grecia meridionale (il pugilato, la ginnastica, i pesi e le misure, la musica, l’astronomia e la coltivazione dell’olivo…) e a poco a poco impararono le buone maniere. I miti aventi per protagoniste delle vacche, potrebbero essere tra i più antichi, in quanto la domesticazione iniziò probabilmente con la cattura di vacche preferibilmente gravide, sottoposte a regime di semilibertà al fine di consentirne le fecondazioni da parte dei possenti tori selvaggi, ben più temibili. In quel lontano periodo si scoprì che se le femmine non si accoppiavano con i maschi, non risultavano incinte, e le osservazioni sugli animali furono trasferite alla sessualità umana col risultato rivoluzionario che l’assetto matriarcale venne ribaltato in patriarcale. La mappa etnostorica di questo processo è ancora in fase di monitoraggio, ma possiamo constatare come numerosi elementi ci riportino all’antico Egitto come punto di convergenza di linee di ricerca che conducono a continue retrodatazioni (Bernal M. 1994). L’ascendenza Egizia del mito è segnalata dalla presenza del misterioso uccello che conduce Apollo sulle tracce di Ermete: un uccello dalle lunghe ali che Robert Graves identifica con la gru di Ermete, nella quale un etologo non stenterebbe a riconoscere l’airone guardabuoi, un piccolo airone bianco «che volteggia a stormi sui campi e sulle acque e che razzola sui grossi dorsi dei bufali e delle vacche (Posener et al. 1961 p. 210). Tra loro e i bovidi esiste una associazione mutualistica in quanto danno la caccia agli insetti, tra cui i tafani (si ricordi il mito di Io), che gli animali fanno alzare quando si muovono, mentre le bufaghe ripuliscono meticolosamente i loro ospiti da zecche e parassiti (2 ).Questi ed altri trampolieri erano strettamente associati alle mandrie selvagge, ricavandone notevoli vantaggi: la protezione dai predatori, il nutrimento, per le bufa-ghe, e il lasciarsi nobilmente trasportare per gli aironi.
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 La loro presenza doveva risultare gradita all’uomo nelle fasi di transazione alla domesticazione. Seguire ibis ed aironi, che mantenevano il collegamento con le mandrie, grazie a prospezioni dall’alto, conduceva agli animali, si trovassero essi in condizioni di libertà o cattività. La tecnica seguita per «rubare» animali alla natura, fu trasferita al furto e/o al recupero di capi allevati. Tra le diverse specie di Ibis, il Dio Thot (Ermete Trismegisto degli Egizi) si incarnava nello stupendo «Ibis sacro», dal corpo bianco con la testa e la coda nere, che ormai si trova solo negli stagni dell’alto Sudan o come mummia al Museo del Cairo o ad Hermopolis, città di Thot (Posener cit. ivi ib.).

  www.marymountrome.it/…/images/thot_ibis.jpg 162 x 376 – 22k Tardo dinastico :664-332 a.C. www.artknowledgenews.com/files2007a/EgyptianB… 593 x 414 – 55k Mentre per gli egittologi l’origine di Thot, signore della luna, dio della scrittura e del calendario è ignota, ad una osservazione etologica dell’Ibis sacro (Threskiornis aethiopica ),  l’origine appare chiara: egli infatti si ciba di animaletti acquatici e terrestri tra cui insetti, lucertole, serpenti e roditori. Quando il livello delle acque si abbassava «lasciando allo scoperto grandi estensioni fangose propizie all’incubazione delle uova di serpente, gli Ibis sacri si riunivano in gruppi molto numerosi er saccheggiare i nidi o divorare i piccoli» (3). Non è difficile immaginare come questo comportamento dovesse venir considerato provvidenziale e spiegare l’adozione di Hator con volto femminile e orecchie bovine, come nel tempio di Seti a Menphis XIX° Dinastia,  o in quello di Hashepsut    Hathor dal tempio di Hashepsut www.1worldtours.com/Hathor_Bahari3.jpg 460 x 601 – 30k   http://www.touregypt.net/featurestories/sistrum11.jpg e l’invenzione di strategie di allevamento estensivo che «veniva praticato nelle praterie in riva all’acqua e fin nelle paludi di papiri ove spesso le vacche correvano in libertà… il re spingeva cerimoniosamente verso un’aia quattro vitelli, uno rosso, uno bianco, uno nero e uno pezzato, compiendo frattanto sortilegi destinati a proteggere il bestiame dai serpenti» (4).  L’accanirsi di riti esorcistici contro il terribile serpente Apophis si afferma infatti allorquando, con lo sviluppo dell’allevamento intensivo in contesti più urbanizzati, la protezione naturale fornita da aironi, buffaghe e Ibis, vien meno. Molte sono le divinità bovine presenti nei diversi Pantheon egizi. I tori Mnevis, Apis, Buchis, e la dea Hator, spesso rappresentata con corpo di donna e testa di vacca, che in epoca tarda assunse sembianze antropomorfe, conservando solo nelle corna e nelle orecchie la primordiale impronta totemica. Inizialmente «era dorata con l’aspetto di una vacca celeste coperta da una gualdrappa cremisi, color del sangue vitale,  Mahet Weret http://www.thekeep.org/~kunoichi/kunoichi/themestream/mehetweret_cow.jpg che portava tra le corna il disco d’oro del sole. Il pelame della vacca sacra era «stellato» e, sotto il nome di Vacca d’oro, era l’alleata di Horus.  Viveva negli stagni pieni d’uccelli, come il toro della Camargue, ed era protettrice della musica: il suo attributo era il sistro. Veniva invocata all’inizio dei banchetti» (Clébert J.P.)(5). Su questo frammento d’un testo funerario del XIII secolo a.C., scritto su papiro, vediamo il dio Thoth, patrono degli scribi, che porta la tavoletta per l’inchiostro, il vasetto per l’acqua e i pennelli. Risulta evidente la tessitura del materiale, fatto di sottili sezioni longitudinali, in due strati sovrapposti ad angolo retto che venivano pressati e macinati con una pietra finché formavano un corpo unico, per cui alla fine il foglio risultava a trama incrociata Anche Nutj, antica dea del cielo e Sirio, stella i cui cicli preannunciavano la piena del Nilo, erano raffigurate come vacche celesti. Come si vede ponendo in collegamento cicli culturali, socio-economici e tecnologici con le produzioni mitopoietiche ad essi riferibili, è possibile tracciare le coordinate di una antropologia della cultura ambientale capace di risalire alle origini della domesticazione e dell’allevamento dei bovini selvatici. Stiamo passando in rassegna alcuni di questi processi etnostorici e altri verranno proposti all’attenzione di quei lettori che dimostreranno interesse per questi argomenti.   Note al testo 1. Graves Robert (1995): I miti greci, p. 53 e seg. 2. Enciclopedia: Gli animali e la loro vita, De Agostini, Novara 1971, vol. II, p. 189. 3. Enciclopedia: Gli animali…, cit., vol. III, pp. 79-80. 4. Posener et al., cit., ivi, ibidem, p. 52. 5. Clébert Jean Paul (1990): Animali fantastici. Armenia, Milano. Voce: vacca.

Commenti

3 Risposte to “SACRI BOVINI :ORIGINI MAGICHE DELLA CULTURA ALLEVATORIA: Parte seconda”

  1. Giorgio Samorini on gennaio 11th, 2011 13:06

    Pur considerando valide le considerazioni qui esposte sulle origini dell’allevamento vaccino, mi permetto di aggiungere la seguente considerazione: gli studiosi di questo argomento sono soliti non prendere in considerazione – per mancanza di conoscenze specifiche – un importante dato ecologico che potrebbe aprire ulteriori vie interpretative o completare quelle già elaborate: negli sterchi lasciati da tutti i quadrupedi (e non solo le mucche e i cavalli) crescono funghi allucinogeni (se ne conoscono al momento più di 60 specie specificatamente stercorarie). E’ assai probabile che i cacciatori delle società primitive, così attenti alle tracce lasciate dai quadrupedi, avessero scoperto le proprietà “enteogene” di questi funghi, considerati universalmente come “cibo degli dei”. Ciò apre nuove prospettive interpretative circa l’origine (paleolitica) della divinizzazione dei quadrupedi selvatici e, in secondo luogo, di quelli allevati.

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