L’antropologia di Antonia Bertocchi

Relazione  presentata al  XXII° Valcamonica Symposium Centro Congressi Darfo, Boario Terme,( Brescia)- 18-24 Maggio 2007 pubblicata  nel volume dei  Pre-Atti :  "L’Arte  Rupestre nel quadro del Patrimonio Culturale dell’Umanità " Nuova spiegazione del misterioso dipinto magdaleniano descritto dalla Gimbutas come un toro contenente tre uova. ABSTRACT Marija Gimbutas, has described (The language of the Goddess, fi g. 329, p. 213. Black-Pool) an engraving that she has dated 12,000 a.C. (Niaux, near Ariège, Magdalenian period) as a bull with three eggs inside his body. This author offered such an interpretation on the basis of aesthetics and analogous forms she had observed previously. Such contradiction, that from a philosophical point of view could be considered irrelevant, appears however as a blatant incongruity after a careful epistemological analysis. It is infact necessary to place formal analogies within the framework of the systematic recurrence of items that is constructed by etnohistorical contexts within the anthropological spaces of biology and culture. In this way some questions posed by this author will be justifi ed, while answers will derive from the tools of a new methodological theory for broad explanations. This method is based on the analysis of symbolic containers that are capable of codifying environmental sources (ecofonti). The theory in question allows the recognition of signs within a new iconological context, which is identifi ed with a palaeolithic prototype of the Egyptian sky goddess Nut. With the support of a systemic modelling approach, the passages will be explained that are elapsing from the interpretation of the symbols to the decodifi cation of the symbolic containers that may eventually lead to a re-explanation. This re-interpretation will not, by itslef, resolve the mystery, but it will put in place the premises for a strategic and scientifi c handling of the interdisciplinary research that will resolve the mystery. This new approach will be presented to delegates for discussion, in order to open new archaeoastronomical horizons for an emerging Anthropology of Prehistorical Art. RIASSUNTO La Gimbutas, seguendo un’interpretazione di tipo estetico basata sulla osservazione di analogie formali, ha descritto un’incisione che ha datato al 12.000 a.C. (Niaux (Ariège), periodo magdaleniano), come l’immagine di un toro contenente nel corpo tre uova. Tale incongruenza, che da un punto di vista fi losofi co potrebbe venir considerata irrilevante, risulta stridente da una prospezione epistemologica attenta a collocare le analogie formali entro la rete di recursioni sistemiche che i contesti etnostorici tessono entro gli spazi antropologici della biologia e della cultura. Vengono così legittimati alcuni interrogativi che la relatrice pone, rispondendo ad essi con gli strumenti di una nuova teoria metodologica dalla vasta portata esplicativa, basata sullo studio dei contenitori simbolici quali codifi catori di Ecofonti. Essa consente la decifrazione dei segni in un nuovo contesto iconologico, identifi cato in un prototipo paleolitico della dea egizia del cielo Nut. Con il supporto di una modellistica sistemica, verranno illustrati i passaggi intercorrenti dall’interpretazione dei simboli alla decodificazione dei contenitori simbolici, che portano ad una re-interpretazione che non risolve il mistero, ma pone le premesse per una impostazione strategica e scientifica di quelle ricerche interdisciplinari che permetteranno di svelarlo, poiché lo utilizza per offrirlo alla discussione dei congressisti ed aprire ulteriori orizzonti archeoastronomici ad una nascente Antropologia dell’Arte Preistorica. *** Secondo l’interpretazione di M. Gimbutas (1999 fi g. 329, p. 213) un dipinto pavimentale magdaleniano, datato al 12.000 a.C., rappresenta un toro nel cui corpo si trovano tre uova seguite da una grande falce di luna. (TAVOLA 1) In questa lettura sono presenti stridenti contraddizioni che la rendono indecifrabile. Innanzitutto l’incompatibilità tra il presunto sesso maschile del bovino (defi nito “toro”), e la condizione di gestazione, poi l’incongruenza, in un mammifero, tra il feto e tre uova. In proposito val la pena di osservare che siamo chiaramente in presenza di cerchi, che non possono essere confusi con degli ovali, poiché la specie umana è nata con la capacità di distinguere un cerchio da un ovale e di farne sorgenti topologiche e mitopoietiche distinte. Come ben dimostrano piantine di templi, villaggi e città e i miti cosmogonici dell’uovo primordiale. Inoltre i tre cerchi sono disposti in una sequenza dotata di gradiente di decrescita (come ben indicato dalla freccia), che sembra alludere alla dimensioni del sole, massima al tramonto e minima all’alba. E ancora: questo animale manca delle caratteristiche di possanza proprie degli esemplari maschili, nei quali il sesso è di norma ben evidenziato. È invece dotato di corporatura esile e se il suo ventre è poco gonfi o, è perché esso rigenera entità cosmiche spirituali nell’arco di un solo giorno. (Questo aspetto, insieme ad altri, sopravvive nella Nut egizia). Anche le sue corna sono meno robuste di quelle dei grandi maschi, ma ripiegate in avanti allo stesso modo. Caratteristica specifica dell’Uro-Bos-Primigenius. Si tratta verosimilmente di una vacca che reca nel ventre, non già delle uova, ma uno o più astri associati alla luna, che formano con la face lunare, (ben identifi cata dalla Gimbutas come tale), e con altri segni, un unico sistema di rappresentazione e signifi cazione che ho defi nito “contenitore simbolico”, entro il paradigma da me elaborato, dell’Antropologia della Cultura Ambientale e dei suoi ambiti applicativi. (Bertocchi A. 2006, a); 2006 b), 2006 c), 2007). Un contenitore simbolico, può includerne altri anche se elaborati in epoche diverse, appartenenti quindi a stratifi cazioni etnostoriche diverse, i quali poi possono essere stati ricodifi cati in un sistema in cui il tutto è di tipo logico superiore rispetto alle parti. Di quale astro possa trattarsi, ce lo suggerisce la raffi gurazione della dea egizia del Cielo Nut che rigenera nel suo ventre il sole. L’astro entra in lei al tramonto, e seguendo la stessa direzione indicata dalla freccia presente nella Nut mesolitica, la percorre durante la notte, e rinasce dal suo grembo al mattino, illuminando il tempio dedicato ad Hator a Dendera. (Ries J. 1993, p. 119) (TAVOLA 2) Dunque, nell’antico Egitto esisteva un contenitore simbolico che, dal punto di vista iconologico risulta perfettamente sovrapponibile a quello della Nut mesolitica teriomorfa in quanto entrambe recano nel ventre il corso notturno del sole nelle sue diverse fasi. Di questa rappresentazione ci sono pervenute diverse tipologie di percorsi astrali all’interno del corpo cosmico rigeneratore. In questa, sebbene i due cerchi solari siano di dimensioni uguali ed esterni, la loro posizione, uno all’ingresso orale e l’altro all’uscita vaginale, ne rende implicito il transito all’interno del corpo. Ho studiato in particolare questa illustrazione poiché, come ho dimostrato in alcuni contributi (Bertocchi A. 2006 a); 2006 b), a cui rimando gli interessati agli approfondimenti, essa mostra alcuni isomorfismi con lo schema di Ashby per il comportamento adattativo (TAVOLA 3), e con la formula di Von Foerster dell’Organizzazione (Bocchi G. – Ceruti M., 1992, p. 21) (TAVOLA 4). Le transizioni di stato del fenomeno naturale sono contrassegnate dalle diverse posizioni del disco solare che entra nel corpo della dea (alla sera), passa attraverso il suo corpo astrale (volta celeste), ed esce dal suo corpo all’alba in un ciclo eterno autorigenerante, secondo una concezione propria della mentalità sciamanico-totemica, passata alla teologia egizia che, in tal modo, esprime il proprio modello di sacralizzazione dell’impatto umano sulla natura. Il contenitore simbolico atto a governare questa relazione sacrale, viene messo a punto, nel caso della Nut egizia nel tempio, mentre nel caso della Nut di Niaux,viene elaborato nella caverna, nei cui recessi propongo di effettuare un sopraluogo di tipo archeoastronomico che ne rilevi l’orientamento stellare e le condizioni di illuminazione naturale. Essa infatti si trova dipinta sul pavimento e ciò non può essere casuale. Questi isomorfismi dimostrano che il comportamento simbolico è basato sul processo metaforico che riveste, sin dai suoi albori, nella sua struttura profonda, carattere di universalità. Le sue espressioni manifeste, pur presentando a volte aspetti di uniformità, ripetitività, somiglianza, non implicano identità o analogia di significato, in quanto il processo metaforico, consiste in un processo biologico adattativo (Bertocchi A. 2005; 2006 a); 2006 b) e pertanto, proprio per questo, ogni cultura, codificando ecofonti diverse, peculiari a diversi ambienti ecologici e sociali, produce, grazie ad esso, propri sistemi magico-religiosi, i cui contenitori simbolici recano le impronte dello scambio comunicativo che una società ha intrattenuto col proprio ambiente ecologico nello spazio e nel tempo. Possiamo notare (TAVOLA 2)  che i cerchi hanno la stessa dimensione. Questo particolare rende evidente come la codifi azione egizia costituisca il risultato di un ulteriore processo di astrazione Questa rielaborazione metaforica obbedisce all’esigenza di modificare e adattare i contenitori simbolici alle mutate condizioni ecologiche e sociali, per cui le impronte dello scambio comunicativo che essi recano impresse, in forma iconologica, si organizzano in stratificazioni etnostoriche ovvero, ogni contenitore simbolico forma un sistema organizzato in cui coesistono e interagiscono in modo ricorsivo elementi che risalgono ad epoche e cultura diverse, che, con un’analisi appropriata, di tipo sistemico, in grado di trattare la loro complessità, possono venir riconosciute, districate ed indagate. Questo contenitore simbolico evidenzia un ulteriore processo di antropomorfi zzazione-metaforizzazione, in un bassorilievo di Nut riprodotto da Vivant-Denon D. (1802), la cui traduzione potrebbe contribuire a decodificarne la struttura manifesta. (TAVOLA 5) Nel caso della Nut mesolitica, assistiamo ad un processo di complessificazione che vede: la vacca cosmica subire un processo di antropomorfizzazione, il gradiente solare incontrare un processo di astrazione pur mantenendo la direzione originaria, e l’impianto sciamanico delle idee di ciclo cosmico e sacro immanente, articolarsi in due polarità ricorsive autoalimentantesi: l’entità celeste (Nut), che rigenera il sole sul piano del mito, e l’entità terrestre, il tempio della dea Hator, che lo rigenera sul piano del rito nelle sequenze del culto templare. Si tratta di un percorso iconologico che segna il processo di interiorizzazione da parte della coscienza cognitivo-empatica dell’uomo della relazione ricorsiva tra cosmo e uomo in cui il ciclo circadiano assurge a metafora dell’autorinnovamento dei cicli cosmici Pertanto, ho adottato il modellino del tempio di Dendera come modello esemplifi cativo del concetto epistemologico di mitopoiesi ritogenetica, da me elaborato nel quadro dell’Antropologia della Cultura Ambientale, disciplina di cui ho esposto i concetti fondativi in un recente Congresso svoltosi a Torino in onore del prof. Chiarelli. (Bertocchi A. 2007), che mi ha fornito gli strumenti per: sostituire il concetto di interpretazione con quello di decodificazione, impostare correttamente i problemi teorici e pratici della ricerca antropologica e offrire strumenti adeguati alla costruzione di ipotesi scientifiche come questa, che è tale in virtù del fatto che, sia per la sua conferma che per la sua smentita, richiede il ricorso alle scienze naturali ed etnoantropologiche. La loro integrazione epistemologica, alla luce dell’epistemologia cibernetica di Bateson, ci permette di capire che un contenitore simbolico assume significato solo entro la sequenza mitico-rituale di un mitologema, che è una modellizzazione metaforica complessa. L’artista sciamano ha interpretato ed espresso nelle sue opere le sillabe del linguaggio metaforico, articolato in algoritmi adattativi e riequilibranti, apportatore di relazioni armoniche uomo-società natura, in cui un’intera collettività ha potuto riconoscersi come umana. Dunque, si tratta di una vacca, contenente tre soli, il cui sesso femminile risulta confermato dall’ideogramma di tipo anatomico vulvare indicante “labbra aperte”, situato sulla gamba anteriore (Anati E. 2002 p. 54 e seg.). Essa appartiene alla specie Bos Primigenius (Uro), caratterizzata da corna curve in avanti, indigena del Nord Africa (Forni G. 1970 p. 363; Laureano P. 1988, p. 92), di cui sarebbe molto importante poter studiare a fondo le sequenze genomiche in relazione alla distribuzione geografica nell’area europea durante il Paleolitico, per stabilire se la sua penetrazione in Europa, passando dallo stretto di Gibilterra, sia stata eventualmente accompagnata e assistita dall’uomo. Sorge ora una domanda cruciale: come è possibile che un contenitore simbolico del Mesolitico, intrattenga strette relazioni concettuali con un contenitore simbolico, elaborato dalla raffinata civiltà egizia, posteriore di almeno diecimila anni? L’ipotesi di lavoro che intendo proporre alla discussione, è che gli antecedenti di entrambe si debbano ricercare nelle culture sahariane del Paleolitico Superiore/Mesolitico, le quali, per produrre una irradiazione culturale tale da potersi espandere sia ad ovest, dando origine alle civiltà paleolitiche europee, (Nut di Niaux-sciamanica), che ad est, dando origine alla civiltà egizia, (Nut sacerdotale), dovrebbero risalire ad un’epoca compresa tra il 15.000 e il 20.000 a.C. Ebbene, tutta una serie di recenti scoperte, in via di approfondimento, lo sta confermando. Innanzitutto, alle constatazioni di affinità nell’espressione artistica e culturale tra il Mediterraneo e l’Europa (Laureano P. 1988, 2002 cit.; Frobenius L. 1964, pp. 265 antec. e seg.; Bernal M., vol. I 1992; vol. II Tomo I E II 1994), si sono aggiunte importanti scoperte. Ad El-Hosh, località a 30 km a sud di Edfu, ad ovest del Nilo, un’equipe egizio-belga diretta da Dirk Huyge ha rinvenuto molte immagini di bovini eseguite in uno stile che è stato defi nito senza esitazione “Franco-Cantabrico – Lascaux.” (Universiteit Leyden 2006). Di recente, è stata retrodatata al settimo millennio a.C. (e riposizionata dal vicino oriente all’Africa sahariana) l’origine del Neolitico egiziano (Orzo, grano duro dell’antico Egitto, Laureano P. 2001, p. 68 e seg.), poiché il Sahara all’epoca, beneficiava di condizioni climatiche migliori di quelle della valle del Nilo, nelle cui pianure alluvionali, in una regione desolata nel deserto occidentale egiziano (Uadi Kubbanya), una spedizione internazionale, che vi lavora dal 1982 (Wendorf F., Shild R., Close E. Angela, 1982; 2006), ha scoperto che “tra 17.000 e 18.500 anni fa, quando i ghiacci ricoprivano ancora buona parte dell’Europa, delle genti africane stavano già coltivando frumento, orzo, lenticchie, ceci, capperi e datteri”. Si tratta di una civiltà “che avrebbe potuto anticipare di ventimila anni la cultura dei faraoni” (Malatesta S. 2006). Prossime ricerche archeologiche potranno riservarci altri aggiornamenti sul periodo pre-dinastico, reso accessibile dalle nuove tecniche archeologiche e dall’allargamento del quadro comparativo allo sciamanesimo e all’archeoastronomia. (Donadoni Roveri AM., Tiradritti F. 1998; Vinci S. 2002; Vinci S. 2006; Barca . 2006). Importanti retrodatazioni attendono anche l’allevamento bovino, le cui razze pezzate, segno evidente di domesticazione, sono presenti in epoche predinastiche. (Forni cit., fi gg. 180 e 181). Anche la loro domesticazione potrebbe essere iniziata nel periodo Bubaliano, (Tadrart Acacus), “che è il periodo più rappresentativo dell’arte sahariana per quantità, diffusione e qualità artistica“, (Laureano P. cit 2001, p. 74), che il Mori F. (1970; 1971) fa risalire alla fi ne del Pleistocene. Una missione archeologica Italo-Libica nell’Acacus e nel Messak, ha datato il Pastorale Antico e Medio al 7.400-6400 a.C. (www.acacus.it), Ratti E. (2007) Il celebre ritrovamento di Nabta Playa (Baistrocchi M 1998) risalente ad una fase pastorale per la quale è stata ottenuta una datazione di 6470 (± 270) anni da oggi, è assai illuminante in proposito. In questa località, ad occidente di Abu Simbel, a cento chilometri ad occidente del Nilo, è stato scoperto uno scheletro, ancora in connessione, di un bue al quale era stato reso culto funerario, in un’epoca precedente di molti secoli a quello che veniva reso ad Apis alla sua morte in Egitto, fi n dalla prima dinastia. Questo fatto ha stimolato una serie di prospezioni archeoastronomiche (Brophy Th. e Rosen P.A., 2005; Gaspani A. 2006), che rendono sempre più evidenti le radici sahariane delle tradizioni astronomiche e magico-religiose dell’antico Egitto pre-dinastico. In proposito il Gaspani (2006, p. 8), osserva che “circa 500 anni dopo l’esodo da Nabta fu costruita la piramide a gradoni di Saqqara e questo indica che doveva esistere una base culturale pre-esistente che potrebbe essersi originata proprio nel deserto dell’ Alto Egitto, in particolare la tradizione astronomica egizia potrebbe avere radici più remote…”. Alcune fonti lo confermano: i faraoni dell’antico Egitto (National Geografi c News – 2006, www.laportadeltempo.com) devono la loro esistenza ad un mutamento climatico preistorico del Sahara iniziato nell’8.500 a.C., e le piramidi stesse sarebbero modellate sulle colline del Sahara (Fallain J. 2001 – Corriere della sera www.laportadeltempo.com  ). È altamente probabile tuttavia che le conferme più rilevanti ci verranno dagli scavi della città di Arghilas (Archivio Africa 2004), presso Rabat (Marocco) che celano le rovine di una città antica di 15.000 anni, in pieno Sahara occidentale e in un contesto di incisioni su roccia ritraenti animali. Che si trovi tra di essi la comune antenata della Nut di Niaux e della Nut egizia? In attesa di una risposta che potrà venirci anche dalle ricostruzioni della storia sahariana di 20.000 anni fa, in cui si sono impegnati Kropelin e Kuper dell’Università di Colonia (Pasotti J. 2006), con 50 spedizioni e 150 campagne di scavo, possiamo proseguire le ricerche verso i contesti culturali disponibili, rivolgendoci soprattutto ad un prezioso patrimonio tanto abbandonato quanto inesplorato, che è costituito da quelle che sono state defi nite le “Biblioteche del deserto”. “Diecine di migliaia di manoscritti ancora nascosti sotto la sabbia del Sahara. Un sapere inestimabile, accumulato nei secoli dai popoli che nel maggior deserto della terra s’incontravano e scambiavano conoscenze”. (Gaudio A. 2006) Un programma dell’UNESCO a cui partecipa anche l’Italia, sta tentando di recuperarli andandoli a scovare negli scantinati delle moschee, sotto le tende dei nomadi e presso le famiglie borghesi che ancora conservano antiche biblioteche private come quelle di Cinguetti, in Mauritania, dove ne sono sopravvissute alcune delle 24 presenti anticamente. Tra di esse quella Ould Habott discendente da una vecchia famiglia di eruditi e mercanti, che ha istituito una fondazione per proteggere i suoi 1.450 volumi. L’interesse di questi manoscritti, sta non solo nel grande aiuto che potrebbero dare ad una riscrittura più veritiera della storia e della scienza, ma nel grande interesse etno-antropologico e storico-religioso di riferimenti a miti classici e leggende popolari africane a sfondo magico che, nonostante l’infl usso della religione islamica, esse probabilmente custodiscono. Nel frattempo, alcuni riscontri mitologici della religione egizia con la tradizione orale sahariana, incoraggiano ipotesi di un centro di diffusione sahariano del culto stellare dei bovini verso l’ Egitto in epoca pre-dinastica, come è già stato accertato per il culto del sacro ariete Knum (Laureano P. 1988, p. 88; 2001, nota 49, p. 88). Ed è proprio Hator, la cui più antica associazione col faraone, figura sulla paletta di Narmer I Dinastia retrod. 3400 a.C. (da Bernal M. 1994, vol. II Tomo I p. XLIII) che, quale erede e controparte di Nut, di cui conserva l’impronta teriomorfa, ci indica la strada da seguire. Osservando il suo mantello stellato, possiamo notarne l’affi nità iconologica con la dea-vacca predinastica Mehet-Weret scoperta nella tomba di Tut-Ankh-Amon. (TAVOLA 6) (Spence L. 1998 ed or 1915 p. 20). Questa vacca dal manto stellato possiede un nome che, nella ricostruzione del Bernal M. (1994, vol II tomo I, p. 122), indica quello della grande palude, o grande diluvio l’acqua originaria, associata alla vacca creatrice Ahet. Questo mito trova una sorprendente spiegazione in un racconto della prima domesticazione del bue narrato da Amadou Hampate Bà (Laureano P. 2001, p. 84), non a caso un valoroso difensore delle biblioteche del deserto (Gaudio A. 2006 cit ivi). Grazie a questa leggenda fu possibile comprendere il significato di uno strano dipinto di Tin Zafarit che ci presenta buoi che sembrano privi di zampe, accompagnati da personaggi con teste di animali anch’essi privi di gambe, che procedono allineati come in processione. Lo studioso africano, continuatore della tradizione orale, artistica e filosofica dei griots, vi ha riconosciuto le sequenze, in tutti i loro particolari, del “lotori”, un rito che rievoca il racconto delle origini secondo il quale il bue domestico proviene da una pozza d’acqua. Per questo, sia a lui che ai suoi accompagnatori mancano le gambe nascoste dall’acqua in cui tutti procedono. Ne discende che l’interpolazione tra i dati della cultura orale tradizionale d’interesse etnologico e folklorico e le risultanze dell’ Arte Preistorica, è indispensabile alla costruzione di teorie interpretative ben fondate, ovvero, sostenute da riscontri scientifi ci, a garanzia della produttività della ricerca teorica e della pratica di un effettivo percorso di decodificazione. Questa leggenda infatti,oltre a consentire una decifrazione altrimenti impossibile, fornisce alcuni indizi che, incrociati con i miti delle dee bovine egizie pre-dinastiche, potranno aiutarci a ricostruire il processo di domesticazione dei grandi bovini. Ma l’insegnamento per noi forse più importante, consiste nel prendere coscienza del fatto che per la decodificazione dei contenitori simbolici dell’arte paleolitica ed etnica è indispensabile un lavoro sul campo che raccolga le sopravvivenze dei sistemi mito-rito e le collochi entro una griglia epistemologica ed etnostorica. Ciò implica una particolare attenzione alle testimonianze della cultura orale che va salvaguardata e documentata, insieme ai linguaggi indigeni, in ottemperanza alla Convenzione UNESCO sulla protezione e promozione delle espressioni della diversità culturale (20 Ottobre 2005), ratificata dal Parlamento Italiano (31 Gennaio 2007).   BIBLIOGRAFIA ANATI E. 2002 La struttura elementare dell’arte, Edizioni del Centro (Capo di Ponte) ARCHIVIO AFRICA 2004 Città preistorica trovata nel Sahara occidentale. Fonte http.www.reuters.com/home BAISTROCCHI M. 1998 Sepolti come principi. Culto bovino a Nabta Playa Archeo, attualità dal passato. Anno XIV n. 8 (162) Agosto 1998. BARCA N: 2006 Sovrani egizi predinastici. Torino (Ananke) BERNAL M. 1992 Atena Nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica. vol. I Parma (Pratiche editrice). 1994 Atena Nera. Le radici afroasiatiche della civiltà classica. Vol II tomo primo: L’invenzione dell’antica Grecia Parma. (Pratiche editrice). 1994 Atena Nera. 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Da J. Ries (1993): Il simbolo e il linguaggio simbolico in Le religioni, le origini, Milano (Jaca Book), p. 119           Tav 4 Heinz von Foerster, da Bocchi G. e Cerutti M, (1992)     Tav 5 Nut, Dea del Cielo, riproduzionedi un bassorilievodel tempio di Hathor a Dendera, da D. V. Denon (1802), Viaggio nell’Alto e Basso Egitto, Parigi   Tav 6 Hathor, raffi gurata qui nelle sembianze della Vacca Sacra del Cielo con corpo cosparso di stelle, era una dea popolare e veniva venrata in sei nomi. Da Spence L. (1998 ed. or. 1915), il grande libro illustrato della mitologia egizia, Roma (L’airone), p. 20    

Commenti

3 Risposte to “Il Bovide inciso di Niaux: per una nuova lettura”

  1. Hudson on maggio 15th, 2014 17:23

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  2. femme légère XXX on giugno 21st, 2014 06:23

    Je n’ai guère fini de lire mais je reviens dans la soirée

  3. money immediately on settembre 4th, 2014 21:11

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