L’antropologia di Antonia Bertocchi

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Etnostoria della merla: un approccio innovativo ad una festa popolare della tradizione rurale padana
Antonia Bertocchi

Relazione prersentata  all’VIII° Congresso Nazionale A.I.S.E.A (Associazione Italiana per le Sciense etnoantropologiche “FESTA : Tradizione, riproposta, reinvenzione. Università di Torino 26-28 Giugno 2003, in ATTI , 2 vol. Ed. Omega Torino 2006)).
Il tema è stato sviluppato da Antonia Bertocchi nell’Opera Multimediale Atlante Demologico Lombardo : Provincia di Cremona (A.D.L. www.demologia.it) in corso di stampa). Vol. I pp. 97-108)

Il rito della Merla (Baronio D.1994; Bertocchi A.1997 a; 1997 b; 1999; 2000 a; 2000 b) si svolge alla fine di gennaio sulle piazze dei paesi della bassa padana cremonese che si trovano a punteggiare le rive dell’antico e mitico Lago Gerundo (Ferrari V.1984; Dossena G.C. e Viaggiani A.1984).
In quelle notti fredde e nebbiose, misteriose file di automobili procedono a passo lento, dirette ad una meta ben precisa. Seguendole, cammina, cammina, si arriva ad una di queste piazze, magari a Crotta d’Adda, che ospita la scenografia di gran lunga la più suggestiva, con i due enormi falò che si specchiano dalla rive opposte di Crotta e di Meleti nelle acque dell’Adda, che trasportano verso il Po migliaia di lumini.

 

 Una

 volta arrivati, il freddo e la nebbia sembrano sciogliersi come per incanto al calore dei fuochi, del vin brulé, al calore della Festa, e allora si sciolgono anche le tensioni, e lì si fa l’esperienza di qualcosa che non esiste altrove: è la gioia collettiva, è il sacro magico, è l’entusiasmo, è un sentimento che Rudolf Otto ha definito il Numinoso, una mescolanza di affascinante e di tremendo che mette i brividi. E’ il brivido del sacro magico – religioso, che i nostri antenati percepivano in tutta la sua riequilibrante potenza e che oggi è molto attenuato. Oggi la gente si consola soprattutto con le specialità gastronomiche e con i famosi Canti della Merla, seguiti dal rogo della Vecchia e, a volte, dalla Mascherata di Martino e Marianna.
Di questa festa, che un tempo si celebrava nelle cascine, sono sopravvissuti solo alcuni quadri rappresentativi, che comunque sono sufficienti per ascriverla alla Grande Festa di Capodanno (Lanternari V., 1959) e alle Feste invernali del Fuoco in Europa (Frazer J.C., 1965).
Il fascinans è espresso dai lumini, dal calore umano, dai canti magici e propiziatori, ma i roghi occultano ed esaltano anche il tremendum perché ricordano i sacrifici umani immolati dai Celti, descritti da Cesare e da Strabone.

cchia è da considerarsi sostitutivo di un sacrificio umano che nello stesso tempo adombra e svela.
La rilevanza antropologica del mito-rito della Merla sta nel fatto che conserva molti collegamenti tra il mitologema, nelle sue varianti, e le sequenze rituali superstiti. Per poter penetrare nei significati profondi dei miti e dei riti, ho teorizzato la presenza di un dispositivo cibernetico: la mitopoiesi ritogenetica, ovvero l’autorigenerazione del rito e del mito e viceversa (Bertocchi A., 1986; 1989; 1997 a; 2003 b).
Il mito della Merla comprende due mitologemi nelle loro varianti: uno è quello della Merla- uccello (Svampa N. e Vergani A., 1983; Cattabiani A., 1994; Baronio D., 1994; Sinossi in Bertocchi A., 1997 a) burlona e burlata,che è l’argomento di questa conversazione; l’altro è quello della Merla-donna, che va incontro a diversi incidenti mortali causati dal freddo (Merlo M., 1972; Storti e Azioni M., 1925; Svampa N. e Vergani A., 1983; Baronio D., 1994).
Questo secondo contenitore è quasi inaccessibile all’indagine per la scarsità dei dati che lo riguardano, ne è dato sapere se si farà in tempo a reperirli, perché sono in atto delle sedicenti valorizzazioni che stanno conseguendo il risultato di accelerare la dispersione delle ultime sopravvivenze (Bertocchi A., 2002 d; 2002 e).
Tali attacchi devastanti potranno venir contrastati solo se il discorso sui Beni culturali DEA potrà svilupparsi in direzione ecomuseale e se la figura professionale dell’Antropologo potrà venir tutelata da adeguati provvedimenti giuridici e istituzionali. Argomenti sui quali sto offrendo alcuni contributi (Bertocchi A., 2001 a; b; c; d; e; f; g; h; 2002 a; b; c; 2003 a) – (Bertocchi A., 2003 c VIII° Congresso AISEA Torino) – (Bertocchi A., 2003 d XV° ICAES Firenze).
Il mitologema della Merla – uccello è il più conosciuto, e vi espongo alcuni passaggi della più nota delle sue varianti. Sembra una barzelletta poco spiritosa. Dice che:

“Una volta i merli erano bianchi. Ma un giorno di fine gennaio, stranamente tiepido, una merla esce dal nido e va a spasso e incontra Gennaio. Sicura che i giorni di sole sarebbero continuati, si mette a sbeffeggiarlo:
“Genar Genarot, de te men impipi,
che gò scundit i me merlot
Gennaio, che se ne stava andando tranquillo, punto sul vivo, si rivolta infuriato e le grida.
“Du te i do e un tel prumetarò,
bianca te set e negra te farò
e scatena una tempesta di neve che costringe la merla a rifugiarsi in un camino, da cui, dopo tre giorni esce tutta annerita.”
Da allora i merli rimarranno per sempre neri e quelli resteranno per sempre i tre giorni più freddi dell’anno, detti appunto I tre giorni della Merla.


 Viene spontaneo pensare: ma che bisogno c’era di spiegare il colore nero dei merli, e non piuttosto quello grigio dei topi o quello marrone dei passerotti… Ci sono tre tipi di risposte:
Una è quella che va per la maggiore: proprio del mito sarebbe il descrivere l’opposto della realtà conosciuta, con un trucco retorico, un “artificio tecnico” (secondo De Santillana G. e Von Dechend Herta 1999 pag. 368).
L’altra è quella di chi non capisce il pensiero magico e crede che il mito sia fantasia gratuita e quindi la scelta del merlo sia arbitraria.
La spiegazione che presenterò invece, illustra una teoria etnostorica, secondo la quale la scelta della merla è motivata da ragioni sociali ed ecologiche e si fonda su precise osservazioni scientifiche.
Allora, ricominciamo da principio: “Una volta i merli erano bianchi”… ma sarà stato proprio vero… che una volta i merli erano bianchi? Durante le conversazioni che ho tenuto nella scuola e nella società, ho girato la domanda ai presenti e li ho invitati a parlare per guidarli verso un approccio scientifico al problema. Ma oggi manca il tempo e prendiamo la scorciatoia.
Veniamo subito al punto. Questa è una domanda di tipo scientifico e rispondono le scienze naturali. E’ altamente probabile che sia esistita una specie di merli bianchi, come adattamento al clima e al paesaggio glaciale. Infatti, in Padania, nell’ultimo milione di anni, abbiamo avuto quattro glaciazioni (Fusco v., 1978; Biagi, 1989; 1981; Ricci Lucchi F. e Trincardi F., 1999). I ghiacciai sono scesi per quattro volte e poi si sono ritirati, lasciando i grandi laghi. 

 

 

Bene, sappiamo dallo biologia evoluzionistica, che ogni specie possiede il requisito della variabilità genetica, che le consente di adattarsi ai diversi ambienti in cui si espande, o ai mutamenti che si verificano nello stesso ambiente nel tempo.
Nel nostro caso entra in gioco il dispositivo del mimetismo.
Nella misura in cui le montagne e le pianure dell’Italia settentrionale vengono ricoperte dai ghiacciai e dalla neve, gli animali scuri vengono più facilmente individuati dai predatori e controselezionati a vantaggio di individui maggiormente mimetici. Poco per volta, verranno selezionati esemplari sempre più tendenti al colore bianco.
Quindi i merli possono essere passati dal bianco al nero e viceversa, più di una volta. In biologia abbiamo un esempio classico, quello delle farfalle di Manchester (Geometra delle betulle, es. di melanismo industriale A B G 1971 pag. 212-13; 452-53). Nel caso del merlo, gli ornitologi sanno che certi merli hanno ali picchettate di bianco e che il merlo bianco è meno raro di quanto dica il proverbio “raro come un merlo bianco”, che comunque ammette l’esistenza di merli bianchi.
Non solo, ma Aristotele (A.H. 617 a 11-14 in Capponi F. 1979 pag. 334) nel IV° secolo A.C., ci dà testimonianza che sul monte Cillene, in Arcadia, esisteva ancora ai suoi tempi una specie di merli bianchi, e non risulta che qualche ornitologo abbia dubitato. 
 

Il imetismo, insieme ad altri dispositivi descritti dalla biologia evoluzionistica, regola i rapporti tra preda e predatore, in modo che non si distruggano a vicenda. Possiamo dire che se non ci fosse il mimetismo non ci saremmo neanche noi. E i nostri antenati lo avevano ben compreso, producendo con la cultura quelle maschere di cui non erano dotati per natura, perché avevano capito che erano necessarie per dialogare con l’ambiente e adattarsi, rispettandole come cosa sacra, alle diverse nicchie ecologiche (Bertocchi A., 1989). Le maschere costituiscono contenitori simbolici di alta complessità, di cui sto cominciando ad indagare i processi di codificazione tra livello metaforico e osservazioni scientifiche, di pertinenze queste dell’etnoscenza (Sturtevant W.C., 1964; Cardona G.R., 1985 a; 1985 b; Fabietti U. e Remotti F., 1977: voce Etnoscenza).
La Merla – Uccello costituisce un contenitore simbolico riferibile agli abissi della caccia – raccolta (Godellier M., 1978; Ries J., 1993 pag. 46-47) che affondano in milioni di anni, ma possiamo delimitare meglio l’epoca perché è collegato al contenitore Merla – Donna, che menzioniamo solo per chiarire che ha origine da un ibrido totemico che possiamo includere tra quelli che Marija Gimbutas ha attribuito, nel 1991, alla dea – uccello, datata ad un periodo compreso tra il 18.000 e il 15.000 A.C.

 

 

E possiamo delimitare ancor meglio la stratificazione etnostorica sviluppando l’Epistemologia dell’Etnostoria (Amitrano Savarese A., 1998; Rigoli A., 1977 a; 1977 b; 1978; 1983; 1990; 1995), perché ho utilizzato il passaggio di colore del contenitore simbolico merla – uccello, come segnalatore di impronte ecologiche di adattamento al paesaggio glaciale. Il che rende non causale la presenza di questo mito in un’area culturale e bioregionale che fu interessata dal fenomeno delle glaciazioni.
Possiamo allora avanzare l’ipotesi etnostorica che le versione più antica del mito eziologico risalga all’ultima deglaciazione, dal 12.000 al 10.000 A.C..
Si tratta di un’ipotesi, ma non di tipo letterario, filosofico o storico – umanistico, o fantascientifico, o pseudo scientifico. Si tratta di un’ipotesi scientifica in quanto, per la sua verifica, che può portare ad una conferma o ad una smentita, è indispensabile ricorrere alle scienze naturali. E specialmente: per lo studio dell’ambiente e delle transizioni glaciazione – deglaciazione e viceversa all’interdipendenza tra archeologia preistorica, paleogeologia, paleontologia e paleoetnologia (Facco E., 1996; Fedele F., 1981; Fraccaro M., 1984; Fusco V., 1978; Peretto C., 1992 a; 1992 b; Leopardi P., 1956); mentre la biologia e il comportamento del merlo, maschio e femmina, vanno studiati nel contesto della storia naturale della specie e dei suoi adattamenti bio – climatologici e territoriali, compresi i canti e le vocalizzazioni (Brehm A. E., 1974; Grzimek et al., 1970; Maestrello C., 1986; Menatory G., 1966; Sibatani A., 1993 pag. 143 e seg; Schebba S., 1987; Wickler W., 1988).
Per poter elaborare e sviluppare quest’ipotesi è poi altrettanto indispensabile entrare nella mentalità di tipo magico – religioso sciamanico e totemico e studiarne in modo approfondito le categorie epistemologiche mettendo in pratica la lezione di Gregory Bateson sull’integrazione tra antropologia ed espitemologia cibernetica (Bateson G., 1988; 1997). Proviamo allora ad immaginare scene di vita quotidiana in un villaggio totemico padano, alla fine del Wurm.
I nostri antenati sono accampati con tende di pelle e focolari simili a quelli degli indiani dell’America settentrionale (Jelinek J., 1975).
 
 
 
Ricostruzione di un’abitazione a tenda dei cacciaatori  dell’Amburghiano. Periodo finale del paleoliico( di Borneck (Germania settentrionale – da rRust in jelinek 1975 p.221 )..
E’ un giornio di fine  gennaio stranamente tiepido; come capita a volte anche ai nostri giorni, il sole ha sciolto la neve e i bambini vogliono correre e giocare nel bosco vicino. I giovani mordono il freno; alcuni trascinano la gente a danzare e, agitando percussioni al suono degli zufoli, invadono la radura centrale… Invano gli anziani raccomandano prudenza, perché sanno che potrebbe ancora verificarsi un minimo stagionale, e con la potenza del Gelo, non si scherza. Purtroppo i sorrisi e la sana allegria stanno degenerando in risate e schiamazzi che suonano molesti all’orecchio mistico dei saggi e degli iniziati che hanno imparato a non recare disturbo al lavorio delle forze sacre immanenti nella natura, mentre si sacrificano e si trasformano.
Lo sciamano, preoccupato ed in cerca di ispirazione, osserva, seduto davanti alla sua tenda, una merla uscita anzitempo dal nido. Essa segue come i bambini i suoi bioritmi interni. Anche lei sente la Primavera ed emette vocalizzazioni rivolte al merlo.
Sono vocalizzazioni poco gradevoli, che offrono allo sciamano materiali per una manipolazione di tipo metaforico, perché può interpretarle come risate beffarde e irriverenti, rivolte alla potenza del gelo.
La mente dello sciamano ripercorre il tempo del sogno, quando gli antenati delle origini avevano lasciato detto di discendere da merli bianchi.
Eppure, la merla che si pavoneggia incosciente, ha il piumaggio scuro. Come mai?
Trovato! Si tratta della punizione divina per il suo atteggiamento tracotante (hybris).
Ecco allora pronto il mito delle origini che avete appena ascoltato, che include una morale della favola, una parabola ecologica e sociale: non vi inorgoglite, “come fè il merlo per poca bonaccia”, ammonisce ancora Dante Alighieri, dal Canto XIII° del Purgatorio.
La hybris, secondo le categorie del pensiero magico – religioso, è un sentimento di tracotanza, misto ad ingordigia. E’ il più grave peccato che l’umanità possa compiere. E’ un atteggiamento interiore, non è un elenco di prescrizioni e divieti, come ad esempio i tabù, la cui trasgressione può venir punita con la morte. Ma la società totemica non ha interesse ad autodistruggersi, per questo si educano le persone fin dalla prima infanzia, in modo che ogn’uno diventi capace di controllare sé stesso fin dal primo insorgere della hybris, perché è il prerequisito di qualunque tipo di infrazione a qualunque norma morale. Non solo, ma la hybris può contaminare persino il dono, come ha dimostrato Starobinski J. (1995) con i suoi studi sul dono perverso.
Là dove l’intelligenza della cultura totemica sta nel colpire sempre la hybris col comico, mettendo alla berlina il tracotante, facendo vedere come in questo modo sia possibile prevenire e curare gli squilibri nelle relazioni comunicative. Ne è lampante dimostrazione il contenitore simbolico del trickster (Radin P., 1965; Pelton R.D., 1980; Miceli S., 1984), che ha funzionato per migliaia di anni e ancora oggi sopravvive in qualche carnevale o festa popolare che ha conservato collegamenti con la Grande Festa di Capodanno.
Abbiamo visto le risorse mitopoietiche della merla, vediamo ora quelle contenute nel canto del merlo, che, probabilmente, hanno ispirato alcuni canti della Merla.
Non dobbiamo dimenticare che l’oscillazione climatica dei periodi interglaciali, sia che fossero volti alla glaciazione o alla deglaciazione, erano comunque destabilizzanti per la psiche, perché queste alternanze rendevano stressante ed angosciosa la previsione dei periodi critici, nei quali la vita rimaneva come sospesa in cristalli di ghiaccio, e non vi era alcuna garanzia che la  bella stagione sarebbe ritornata.
La  maggior parte degli uccelli era emigrata verso paesi caldi, evitando i rigori dell’inverno. Ma ecco che proprio in quei giorni così freddi, un piccolo uccello che da noi è stanziale, non abbandona il campo. Fedele alla difesa del proprio territorio, affronta le intemperie e leva contro di esse “un canto vigoroso dal magico potere, che ti inietta nelle vene una gioia traboccante” (Maestrello C., 1986, pag. 75). E’ il merlo. E’ l’aiutante magico che conosce il linguaggio segreto con cui le forze sacre immanenti nella natura dialogano fra di loro, per riorganizzarsi nella autoriproduzione dei cicli vitali.

Possiamo ben immaginare la commozione dei nostri antenati quando, dalla solennità inquietante di quei candidi silenzi, il canto lirico d’amor del merlo rompeva il ghiaccio, lo scioglieva col suo calore, e a quel fischio magico seguiva immancabilmente l’arrivo della Primavera. Sillabe sonore, vibranti di un segreto che, se l’uomo lo conoscesse, sarebbe salvo (Petrioli E., 1988).
Per cominciare a partecipare, ad introdursi in questo segreto, l’uomo usa una forma di conoscenza empatica: l’imitazione. Unire la voce umana al fischio del merlo, nella misura in cui questa imitazione riesce, rafforza l’efficacia simbolica delle vocalizzazioni delle due parti in modo ricorsivo, e contribuisce al potenziamento di una sinergia di sforzi comuni.
Ma per potersi levare forte e sicura, la voce umana deve nascere dalla purezza del cuore, non tremare per qualche rimorso, non spezzarsi per qualche conflitto di coscienza. Il cantore umano, come l’uccello deve aver sacrificato la hybris, la tracotanza-ingordigia, di cui i greci fecero un argomento filosofico (Del Grande C., 1947).
Come avverte Gregory Bateson (Bateson G. e Bateson M.C. 1989 cap XIII°) ogni peccato di hybris equivale a prendere in giro Dio, e il Dio Ecologico non si può beffare, perché non perdona e, se l’uomo inquina, manda le piogge acide.
Ecco perché, dal basso di una società lorda delle più degradanti forme di hybris, siamo diventati incapaci e indegni di alzare la nostra voce insieme a quelle dei merli. Forse abbiamo perso per sempre questo privilegio, dal momento che i merli che svernano nelle nostre città “anziché il loro caratteristico fischio, riproducono rumori quotidiani, come l’allarme delle automobili o il cigolio di un cancello automatico” (Roncolato C., 1997).
E’ il segnale di una Apocalisse, il preannuncio della nostra stessa estinzione. Secondo Gregory Bateson, ci siamo “conquistati il decimo posto nella lista degli animali in via di estinzione (Bateson G., 19986, Intervista).
Eppure noi vediamo che nonostante la nostra distruttività, la Primavera ritorna ancora. Come mai?
La nostra stupida risposta è scontata, ma io qui la riporto per metterla alla berlina, ho imparato dallo sciamano. Dice: “che i merli cantino o non cantino, che cantino bene o male, non ha importanza, tanto la Primavera ritorna lo stesso. La leggenda della Merla è solo un passatempo inutile.”
Invece, sapete cosa direbbe uno sciamano di fronte a questa situazione?
 
 

 

“Figli miei, ho pietà di voi, poiché ciechi siete, nella vostra ricerca dell’inutile. Ciò che sorregge la vita dipende da cause che non potete controllare, cercate di scoprirle, fatevi delle domande. Perché la Primavera ritorna?
E’ giusto e virtuoso coltivare sogni di bellezza, perché ci avvicinano alla verità. In verità, mai il merlo ha dimenticato la sua antica ed eterna canzone. In qualche macchia di bosco trascurata dalle vostre ruspe, un piccolo uccellino contiene nel suo cuore il messaggio del rinnovamento cosmico.
E allora, chi è che riporta la Primavera?
Ostinatevi pure a pensare che tanto, in ogni caso, la Primavera ritornerà. Io chiudo gli occhi, faccio silenzio dentro di me, e da lì comincio ad ascoltare il canto di chi, dall’alto mi annuncia che arriva la Primavera. E’ il merlo che la porta! “

 

Ecco allora che per fortuna, là nel folto del bosco, ci sono ancora merli selvaggi che ricordano il canto delle origini: sono loro che ci riportano la Primavera!
Ecco, noi ora non ridiamo di questa frase, non la disprezziamo, non la consideriamo stupida, irrazionale, dannosa, o inutile. Noi anzi, sorridiamo, perché il processo metaforico ha riattivato in noi la metacomunicazione ludica (Bateson G., 1976, cap. Una teoria del gioco e della fantasia; 1996); noi anzi proviamo un brivido di commozione simile a quello che a volte ci assale quando sentiamo una bella poesia o una bella canzone, ma qui è un’altra cosa: è il brivido del sacro magico che ricominciamo a percepire perché il processo metaforico lo ha resuscitato in noi.
Il processo metaforico infatti è una funzione biologica fondamentale (Brunello S., 1992, pag. 159; Bateson G., 1984, pag. 192; 1997, cap. 19 La metafora che noi siamo) una sorgente di gioia e di riequilibrio psichico per la specie umana, e io credo che sia ciò che ci distingue e ci identifica come specie.
Siamo sereni, perché abbiamo compiuto un tragitto antropologico: dall’impotenza metaforica, alla ripresa di padronanza del processo. E siamo salvi perché abbiamo ripreso contatto con la religione naturale dell’uomo (Pettazzoni R., 1948; 1966). La religione di questo mondo. Ci siamo immersi nel sacro immanente magico – religioso, un territorio sul quale persino gli angeli non osano posare i piedi (Bateson G. e Bateson M.C., 1989). Forse è questa la struttura che connette, come direbbe Gregory Bateson (1984 pag. 21) al quale questa leggenda sarebbe molto piaciuta e a cui dedico questa conversazione. Che è anch’essa un “raccontare per storie” (op. cit. 1989).
Dunque, siamo entrati nella mitopoiesi – ritogenentica, nelle relazioni ricorsive tra mito e rito, e abbiamo cominciato a studiare qualche contenitore simbolico, non più solo dal punto di vista formale, estetico, cognitivo, ma anche dal punto di vista emozionale ed etico, cioè di come esso regoli le relazioni tra uomo, società e natura: dal punto di vista del suo carattere normativo.
Infatti, l’epistemologia del sacro immanente (Bateson G. e Bateson M.C., 1989; Bateson G., 1997), deve essere considerata una “mappa cognitiva ecologicamente valida” (Wilden A., 1987: Comunicazione; Wilden A. e Mac Coe E., 1978: Errore), perché “la religione costituisce una mappa cognitiva che può essere usata per acquisire consapevolezza della propria integrazione con l’ecosistema” (Brunello S., 1992, pag. 162). Infatti, l’idea del sacro immanente, di per sé, rende sacra e rispettabile la vita in tutte le sue manifestazioni, e andrebbe recuperata per bonificare l’immaginario dalle patologie della nostra epistemologia (Bateson G., 1984, cap. Patologie dell’epistemologia; approfondimenti in Bertocchi A., 2003, d – XV° ICAES 2K3 – Firenze).
L’ipotesi di lavoro che propongo è quella di considerare i contenitori simbolici come indicatori di stratificazioni etnostoriche.
Questa volta, studiando alcuni elementi del contenitore merla – uccello, abbiamo esplorato la stratificazione etnostorica dell’ultima deglaciazione nella bioregione (Castiglione S., 1995) della bassa padana cremonese, e abbiamo visto come la Storia non possa venir ricostruita al di fuori della Storia Naturale, poiché le appartiene.
I contenitori simbolici, infatti, recano impresse le impronte dello scambio comunicativo che una società ha intrattenuto con l’ambiente ecologico, nello spazio e nel tempo. Decodificando tali impronte, è possibile ricostruire in modo ricorsivo la storia culturale e la storia naturale.
Se intorno a questo approccio si raccoglieranno le necessarie collaborazioni transdisciplinari (Barchiorri A. e Moroni A., 1993) confluenti dall’Antropologia Fisica e Culturale, nell’Antropologia Generale, si potranno estrarre dai contenitori simbolici magico – religiosi, quei modelli cibernetici dell’adattamento uomo – società – natura, grazie ai quali ritorneremo a partecipare al grande gioco della Coevoluzione (Bateson G. e Bateson M.C., 1989, Glossario) e, come i nostri antenati totemici, potremo meritare di essere ricordati con gratitudine dalle generazioni future.

Note
  Il discorso dello Sciamano è stato inventato e recitato da Luigi Ginevra, attore e regista esperto in animazione culturale e Antropologia Visuale, collaboratore dell’A.D.L.(Atlante Demologico Lombardo. www.demolgia.it)

 

Riferimenti bibliografici

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“Figli miei, ho pietà di voi, poiché ciechi siete, nella vostra ricerca dell’inutile. Ciò che sorregge la vita dipende da cause che non potete controllare, cercate di scoprirle, fatevi delle domande. Perché la Primavera ritorna?
E’ giusto e virtuoso coltivare sogni di bellezza, perché ci avvicinano alla verità. In verità, mai il merlo ha dimenticato la sua antica ed eterna canzone. In qualche macchia di bosco trascurata dalle vostre ruspe, un piccolo uccellino contiene nel suo cuore il messaggio del rinnovamento cosmico.
E allora, chi è che riporta la Primavera?
Ostinatevi pure a pensare che tanto, in ogni caso, la Primavera ritornerà. Io chiudo gli occhi, faccio silenzio dentro di me, e da lì comincio ad ascoltare il canto di chi, dall’alto mi annuncia che arriva la Primavera. E’ il merlo che la porta! … e se non capisci sei un merlo!”.

Ecco allora che per fortuna, là nel folto del bosco, ci sono ancora merli selvaggi che ricordano il canto delle origini: sono loro che ci riportano la Primavera!
Ecco, noi ora non ridiamo di questa frase, non la disprezziamo, non la consideriamo stupida, irrazionale, dannosa, o inutile. Noi anzi, sorridiamo, perché il processo metaforico ha riattivato in noi la metacomunicazione ludica (Bateson G., 1976, cap. Una teoria del gioco e della fantasia; 1996); noi anzi proviamo un brivido di commozione simile a quello che a volte ci assale quando sentiamo una bella poesia o una bella canzone, ma qui è un’altra cosa: è il brivido del sacro magico che ricominciamo a percepire perché il processo metaforico lo ha resuscitato in noi.
Il processo metaforico infatti è una funzione biologica fondamentale (Brunello S., 1992, pag. 159; Bateson G., 1984, pag. 192; 1997, cap. 19 La metafora che noi siamo) una sorgente di gioia e di riequilibrio psichico per la specie umana, e io credo che sia ciò che ci distingue e ci identifica come specie.
Siamo sereni, perché abbiamo compiuto un tragitto antropologico: dall’impotenza metaforica, alla ripresa di padronanza del processo. E siamo salvi perché abbiamo ripreso contatto con la religione naturale dell’uomo (Pettazzoni R., 1948; 1966). La religione di questo mondo. Ci siamo immersi nel sacro immanente magico – religioso, un territorio sul quale persino gli angeli non osano posare i piedi (Bateson G. e Bateson M.C., 1989). Forse è questa la struttura che connette, come direbbe Gregory Bateson (1984 pag. 21) al quale questa leggenda sarebbe molto piaciuta e a cui dedico questa conversazione. Che è anch’essa un “raccontare per storie” (op. cit. 1989).
Dunque, siamo entrati nella mitopoiesi – ritogenentica, nelle relazioni ricorsive tra mito e rito, e abbiamo cominciato a studiare qualche contenitore simbolico, non più solo dal punto di vista formale, estetico, cognitivo, ma anche dal punto di vista emozionale ed etico, cioè di come esso regoli le relazioni tra uomo, società e natura: dal punto di vista del suo carattere normativo.
Infatti, l’epistemologia del sacro immanente (Bateson G. e Bateson M.C., 1989; Bateson G., 1997), deve essere considerata una “mappa cognitiva ecologicamente valida” (Wilden A., 1987: Comunicazione; Wilden A. e Mac Coe E., 1978: Errore), perché “la religione costituisce una mappa cognitiva che può essere usata per acquisire consapevolezza della propria integrazione con l’ecosistema” (Brunello S., 1992, pag. 162). Infatti, l’idea del sacro immanente, di per sé, rende sacra e rispettabile la vita in tutte le sue manifestazioni, e andrebbe recuperata per bonificare l’immaginario dalle patologie della nostra epistemologia (Bateson G., 1984, cap. Patologie dell’epistemologia; approfondimenti in Bertocchi A., 2003, d – XV° ICAES 2K3 – Firenze).

L’ipotesi di lavoro che propongo è quella di considerare i contenitori simbolici come indicatori di stratificazioni etnostoriche.
Questa volta, studiando alcuni elementi del contenitore merla – uccello, abbiamo esplorato la stratificazione etnostorica dell’ultima deglaciazione nella bioregione (Castiglione S., 1995) della bassa padana cremonese, e abbiamo visto come la Storia non possa venir ricostruita al di fuori della Storia Naturale, poiché le appartiene.
I contenitori simbolici, infatti, recano impresse le impronte dello scambio comunicativo che una società ha intrattenuto con l’ambiente ecologico, nello spazio e nel tempo. Decodificando tali impronte, è possibile ricostruire in modo ricorsivo la storia culturale e la storia naturale.
Se intorno a questo approccio si raccoglieranno le necessarie collaborazioni transdisciplinari (Barchiorri A. e Moroni A., 1993) confluenti dall’Antropologia Fisica e Culturale, nell’Antropologia Generale, si potranno estrarre dai contenitori simbolici magico – religiosi, quei modelli cibernetici dell’adattamento uomo – società – natura, grazie ai quali ritorneremo a partecipare al grande gioco della Coevoluzione (Bateson G. e Bateson M.C., 1989, Glossario) e, come i nostri antenati totemici, potremo meritare di essere ricordati con gratitudine dalle generazioni future.

Note
  Il discorso dello Sciamano è stato inventato e recitato da Luigi Ginevra, attore e regista esperto in animazione culturale e Antropologia Visuale, collaboratore dell’A.D.L.(Atlante Demologico Lombardo. www.demolgia.it)

 

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