L’antropologia di Antonia Bertocchi

Il

Saggio è tratto dalla strenna dell’ ADAFA anno 2003 vol XLII°.

In un libricino per bambini dal titolo che ha attirato la mia attenzione: “La vera storia di Santa Lucia”,1 la narrazione tradizionale del rito viene stravolta in un modo che, come vedremo, è solo in apparenza innocuo.
Innanzitutto al posto del narratore impersonale (il “c’era una volta”), gli autori fanno parlare la Santa in prima persona. Veniamo così a sapere che, oltre all’asinello è accompagnata da un certo Castaldo, che è Lei a girare per le strade suonando un campanellino ma, cosa ben più grave, che Ella stessa consiglia ai bambini di considerare del tutto inutile l’obbligo di tenere gli occhi chiusi per paura della cenere negli occhi perché tanto «i santi non si riesce mai a vederli, insomma, che io lo vogliate o no, non riuscirete mai a vedermi».2 E per giunta: «desidero sia chiaro una volta per tutte che Santa Lucia non porta il carbone ai bambini cattivi. Perché mai dovrei sobbarcarmi la fatica di portare carbone a chi non si merita doni? Non sarebbe forse una punizione sufficiente non ricevere doni? Ma io so che non esistono bambini veramente cattivi. A volte si comportano male perché gli adulti non li sanno apprezzare, non li fanno star bene, e sono proprio questi che hanno più bisogno di Santa Lucia.
Al massimo ci potrebbe essere qualche bambino capriccioso3…». Tra le altre amenità, questa Santa Lucia “buonista” consiglia ai piccoli di preferire giocattoli di legno, perché tagliare gli alberi non è una cosa brutta in quanto i folletti, (che spero che mi leggano ed intervengano al più presto), ne piantano subito un altro «e lo innaffiano con un loro speciale concime che lo fa crescere in men che non si dica».4 Alla faccia dell’educazione ecologica!

Al lettore superficiale una storia come questa appare legittimata del principio della libertà di invenzione fantastica, in nome del quale le sgrammaticature della fantasia possono far parte della categoria della “creatività”, una categoria che nella nostra pseudocultura è stata relegata all’ambito estetico fine a sè stesso: il Bello, e che, per reazione, ha innescato elucubrazioni provocatorie: dalle più innocue (la Pimpa, cagnolino bianco a pois rossi, Calimero pulcino nero) alle più pericolose: gli sgorbion e simili. Mostriciattoli appositamente studiati per suscitare degradanti conati di schifo e vomito. Come certi quadri delle avanguardie “artistiche” di denuncia dei mali sociali, all’insegna dell’estetica del brutto. Per non parlare della famiglia Addams!
Il mito-rito di Santa Lucia invece, se rispettato nelle sue scansioni tradizionali, costituisce ancora uno scrigno che custodisce un tesoro inestimabile di valori morali, alcuni dei quali intendo evidenziare, difendere e comunicare come mio dono ai lettori della “Strenna”, dimostrando le ragioni per cui nulla di ciò che ne sopravvive debba essere cambiato. Va invece corretto l’atteggiamento di chi si accosta allo studio di questa tradizione popolare nella errata convinzione che: «… anche se la ricorrenza di Santa Lucia, pedagogicamente può apparire superficiale, per la forma di giuoco ingenuo che riveste, conserva tuttavia la, sua validità, dal punto di vista fantastico e creativo…».5
Vedremo invece che questo gioco non è ingenuo, ma, anzi antropologicamente colto in quanto “gioco sacro” e quindi molto profondo proprio dal punto di vista della pedagogia non solo individuale, ma sociale.
Cominciamo dal tema contestato: quello dell’ingiunzione a tenere gli occhi chiusi per non ricevere sabbia o cenere negli occhi, collegato alla sanzione punitiva (il carbone al posto dei dolci e dei giocattoli) per i bambini cattivi.
Queste regole non costituiscono il frutto casuale di un esercizio dispersivo della fantasia, ma processi mitopoietici e ritogenetici atti a produrre nel livello profondo della psiche infantile, l’introiezione delle norme etiche in modo che il bambino impari ad assumerle in proprio, come base del personale sistema di autoregolazione e autocorrezione-prevenzione degli errori di comportamento, liberando i genitori «dall’incombenza di un controllo continuo sul comportamento infantile» (Di Nola A.)6. In mancanza del dispositivo magico-religioso il bambino non può raggiungere una completa maturità bio-psichica regolata dall’autocontrollo, e il controllo esterno da parte dei genitori diventa indispensabile, provocando tutti i danni propri della pedagogia autoritaria. L’introiezione informale e ludica della norma etica costituisce la regola, presso le società di interesse etnologico e folklorico.
Vere e proprie società educanti dedite allo sviluppo armonioso della personalità individuale e sociale di ogni bambino dalla nascita alla morte, che viene sostenuto in ogni fase del ciclo della vita individuale e cosmica (calendariale), da un complesso sistema di miti e riti tra loro ricorsivamente collegati. Tra di essi un ruolo fondante è rivestito dai riti di scambio di doni magici nei momenti “critici” coincidenti con rivoluzioni astrali come gli equinozi e i solstizi che, come ho mostrato negli studi precedenti,7 provocavano stati d’animo di insicurezza, angoscia e sensi di colpa, che venivano superati facendo circolare le energie positive della generosità e della gioia.
Con la persecuzione e la demonizzazione del pensiero magico vengono meno i sacri principi di una pedagogia anti-autoritaria antropologicamente fondata, e le relazioni comunicative inter ed infra-generazionali, vengono consegnate alla brutalità della pedagogia autoritaria con i suoi effetti devastanti sulla condizione adulta, età nella quale l’aggressività e l’insicurezza insite nei capricci infantili, vengono amplificate e perfino incoraggiate e giustificate nei sistemi politici classisti e militaristi a struttura patriarcale.
L’ostinazione, l’ingordigia, la hybris dei governanti, dilagano in età classica e biblica e la religione di Stato viene incatenata e asservita agli interessi mercantili e coloniali. I perfidi maltrattamenti consigliati ai genitori dallo stesso Salomone,8 si fondavano sul preconcetto arbitrario di una natura umana macchiata dal peccato originale, viziata da una sfiducia originaria del Dio della Genesi (8.24) nei «pensieri e nel cuore umano malvagi fin dalla fanciullezza». Dagli studi sull’autorità di Milgram Stanley e di Zimbardo,9 sappiamo che è sufficiente prescrivere una relazione carceriere-carcerato, padrone- servo, cioè di prevaricazione anziché di reciprocità e cooperazione, per assistere ad una, rapida escalation verso le fogne del comportamento.10 E infatti non a caso il popolo ebraico introdusse nella storia, forse per primo i più spietati stermini di massa di cui si abbia testimonianza scritta. Giosuè, conquistata Gerico, diede precise istruzioni perché la città fosse sottoposta alla legge dello sterminio. Gli ebrei «uccisero uomini e donne, giovani e vecchi; ammazzarono anche i buoi i montoni e gli asini» (Giosuè 6.21).
Stessa sorte ebbero numerose città. Nel caso di Ai, «Gli israeliti dopo aver ucciso in aperta campagna tutti i soldati che li avevano inseguiti verso il deserto, tornarono in città, e uccisero tutti gli abitanti. Quel giorno fu sterminata tutta la popolazione di Ai, uomini e donne, circa dodicimila persone» (Giosuè 8.24-25).
Forse, la nostra pseudocultura occidentale, ha adottato come pedagogia antiautoritaria, diverse forme di buonismo e lassismo, nel tentativo di riscattarsi dalle conseguenze devastanti di un autoritarismo pentito di aver creato masse docili ai più efferati ordini e disponibili ai peggiori crimini.
Preoccupato finalmente di essere stato troppo bravo a farsi obbedire. Ma farsi disobbedire non risolve i problemi. Il punto è come uscire dalla spirale a cappio, della condizione conflittuale. Ma è ingenuo, stupido e quindi sbagliato pensare che per rimediare ai danni di una pedagogia autoritaria, basti sostituire le proibizioni con bonarie concessioni, le punizioni con sospensioni o abolizioni della pena.
Il punto è che è venuta a mancare l’intermediazione del contenitore simbolico costituito dalla figura del donatore magico che disinnesca le tensioni ambivalenti della psiche, esse impediscono agli attori di una relazione comunicativa di ottimizzarla facendo prevalere i comportamenti di cooperazione su quelli di sopraffazione, la generosità, l’empatia sulla hybris diretta al sadismo-necrofilia.
I bambini cattivi esistono eccome, tanto che, senza i dispositivi della ritualizzazione magico-religiosa, diventano adulti come minimo indisponenti, prevaricatori, schizofrenici incapaci di prendere decisioni, ma solo di attribuire le “colpe” (leggi: la responsabilità delle decisioni) agli altri, impotenti, incapaci, arroganti, violenti (personalità patologiche). Una volta investiti di “poteri” politici e/o religiosi, sono capacissimi di portare interi popoli alla rovina, e stanno provocando un incremento esponenziale dell’ecocidio-etnocidio che sta già autodistruggendo l’umanità.
Dunque i bambini cattivi esistono davvero ma, a ben guardare il mito- rito non li punisce, li spaventa soltanto. Per il pensiero magico il bambino non è un essere intrinsecamente malefico, contaminato da colpa originaria, ma una creatura magica in cui si è incarnato il sacro immanente spirito degli antenati. Bisogna solo impedirgli, per il suo bene e per il bene di tutti, di ostinarsi in capricci stupidi; bisogna aiutarlo a prendere le distanze dalle sciocchezze e fargli sperimentare ciò che è veramente importante e grandioso: partecipare e collaborare allo svolgimento dei cieli cosmici e rendersi meritevoli dei doni che la natura sacra elargisce. Imparare ad esprimere riconoscenza, gratitudine nelle forze occulte che nasconde e alle forze evidenti d’amore e sacrificio dei genitori e dell’intero corpo sociale che si prende cura dei bambini.
Il mito-rito di Santa Lucia coltiva l’aspettativa che il bambino riuscirà a raggiungere la padronanza di sè, a superare i piagnistei, ad accettare e rielaborare i modelli positivi offerti dai genitori, a seguire i loro saggi consigli.
Poco per volta diventerà un adulto capace di prendere decisioni con cui risolvere i dilemmi dell’ambivalenza emotiva e salvarsi dalla schizofrenia.
Ma perché costringerlo a tenere gli occhi chiusi? Non basterebbe dirgli di star buono? No, non basterebbe. Concentrati narcisisticamente sulle nostre abilità linguistiche, abbiamo attribuito al linguaggio verbale l’onnipotenza comunicativa. Ma esso costituisce solo una minima parte della gestualità comunicativa globale, che è prevalentemente inconscia.11 I codici del- linguaggio verbale costituiscono una sottosezione dei codici complessi dei sistemi comunicativi basati sulla codificazione ricorsiva mito-rito che istruiscono direttamente l’inconscio in profondità, ottimizzando la comunicazione al punto che, come vedremo, la semplice istruzione “chiudere gli occhi” beninteso nel contesto sistemico complessivo, facilita una rete complessa di relazioni comunicative uomo-società-natura prevenendo e/o correggendo errori catastrofici.

Il ruolo sacerdotale dei genitori

Nel mito-rito di Santa Lucia i genitori rivestono un ruolo sacerdotale di intermediazione sciamanica tra l’umano e il divino, affidato specialmente alla figura materna (retaggio matriarcale), cui spetta il delicato compito di raccogliere e consegnare le letterine con le richieste dei figli, e di “parlare” con Lei. La gioia di genitori e figli sta in un gioco di rispecchiamenti empatici ricorsivamente collegati che lo ha mantenuto stabile attraverso le trasmissione tra le generazioni, fino ad oggi. Il segreto di tanta etnoresistenza è inserito nella struttura profonda del mito-rito che, attraverso l’efficacia simbolica “istruisce” direttamente l’inconscio. I genitori ricevono, donando una duplice gratificazione: quella diretta del dare, infatti deriva a sua volta dalla identificazione empatica con la gioia dei figli che ricevono, che rimette in scena e risuscita loro stessi quando, da bambini, ricevevano i doni. Al contrario nella prescrizione diretta della norma non mediata dal contenitor simbolico di tipo magico-religioso, il bambino, trattato come un oggetto si sente umiliato e sviluppa una rabbia, un’invidia e un rancore che dilagheranno in età adulta in un odio incontenibile contro tutto e contro tutti. Un odio insaziabile che nessuna vittima potrà mai placare fino alla distruzione/ autodistruzione totale, soluzione finale di una “umanità” disumanizzata per aver inflitto al bambino le lacerazioni della propria infanzia. La “vendetta” come ci dice la cronaca nera, può arrivare alla pedofilia e allo snuff (tortura e uccisione della vittima). I genitori che seguono l’usanza, riescono ad assumere una parte attiva perché hanno ben assimilato da piccoli la parte passiva: se sono diventati capaci di “vedere” Santa Lucia, è proprio perché sono riusciti, a suo tempo a tenere gli occhi chiusi. Gli occhi chiusi equivalgono ad un piccolo sacrificio della vista, ad un autoaccecamento volontario che ha aperto gli orizzonti di una dimensione spirituale.
Campo di meditazione e di lavoro mitopoietico sul sacro magico immanente e trascendente. Hanno avuto fiducia. Si sono abbandonati al mistero e sono stati ricompensati. In quanto alla gratificazione dei bambini, essa parte dalla passività del ricevere, ma, in essa si accumula la molla di una tensione dinamica verso la completezza emozionale della dimensione adulta, e la disponibilità a pagare un prezzo sacrificale per raggiungerla. Infatti il dispositivo magico-religioso del “tenere gli occhi chiusi” fa loro introiettare per empatia le strategie affettive degli adulti che li renderanno desiderosi prima e capaci poi, di “diventare grandi” per poter a loro volte “vedere” Santa Lucia, cioè di essere disponibili a farsi essi stessi donatori, passando dalla dimensione infantile di oggetto d’amore, alla dimensione adulta di soggetto attivo, attivatore e conduttore di una relazione d’amore. Il dover tenere gli occhi chiusi innesca nei bambini intelligenti e sensibili che accettano di stare alle regole del gioco, un salutare conflitto proprio tra queste spinte ambivalenti della psiche: il desiderio di insistere nella condizione infantile e continuare a tenere gli occhi chiusi per andare avanti a ricevere i regali, e, il desiderio di “vedere” Santa Lucia, cioè di diventare capaci di assumere un ruolo attivo, di diventare donatori a loro volta, cioè di crescere non solo fisicamente, ma moralmente.12
A questo punto entra in gioco un altro dispositivo strategico: il “far finta di credere in Santa Lucia”, che viene utilizzato sia dai genitori che dai figli, quando i bambini cominciano ad avere i primi sospetti. Non si tratta d’ipocrisia o falsificazione, ma di uno “stare al gioco” proprio delle relazioni governate di un’epistemologia di tipo magico-religioso, semplice solo in apparenza, in realtà molto sofisticato perché permette la transizione alla condizione adulta in modo non traumatico. Grazie ad esso, il delicato momento della “rivelazione” (che antropologicamente corrisponde alla fase iniziatica del “disvelamento dei sacra”, oggetti sacri del culto), scaturisce dalla risultante di una contrattazione comunicativa tra genitori e figli che viene coronata dal successo allorquando i genitori colgono l’occasione propizia per dire la verità: quella del momento in cui capiscono che il ragazzo è ormai pronto a riceverla. E qui anche i genitori devono fare uno sforzo, perché anche a loro piace “stare al gioco”… Quindi devono calibrare la relazione in modo che la rivelazione non avvenga né troppo presto (incoraggiando l’illusione), né troppo tardi (incoraggiando la disillusione). Questo secondo momento viene preparato “ridicolizzando” quei “bambinoni” che continuano ad aspettare Santa Lucia anche se sono ormai troppo grandi (pre-adolescenti).
Se continuano a “far finta di non sapere”, si rincarerà la dose dell’ironia, fino a far mancare i regali. Essi devono essere spinti fuori dalla trappola della passività perché da adolescenti li attende il ruolo di “far Santa Lucia” ai più piccoli. Cioè di rinunciare alla gioia parziale del ricevere per essere diventati degni di accedere a quella completa del dare.
Quindi il momento dell’apertura degli occhi, del “vedere” Santa Lucia, è regolato dal genitore che conoscendo il carattere e la psicologia del proprio bambino, non gli permette di prendere in giro il sacro, di prendere in giro Dio, con una rivelazione o precoce o tardiva, perché in tal caso si barerebbe ad un gioco sacro, scombussolando le energie cosmiche, anziché rafforzando le energie positive (luce-amore-dono-sacrificio).
La rivelazione precoce sottrae il gioco alla dimensione del sacro perché lo riduce al consumismo materialistico del giocattolo come oggetto usa e getta. Potrebbe da adulto far scempio della vita, delle relazioni, della natura.
La rivelazione tardiva comporta la reclusione del figlio nell’egoismo che da adulto potrebbe sviluppare la hybris in svariate direzioni: ingordige di cibo, sesso, denaro, potere. Spero con queste brevi note di introduzione alla complessità etica del pensiero magico-religioso, di essere di aiuto ai genitori nell’assumere nei confronti dei figli atteggiamenti corretti, utili allo svolgimento ottimale delle sequenze del mito-rito di Santa Lucia. Essi possono cominciare a diventare consapevoli dell’enorme potere benefico che può avere un gesto, una parola, quando fa parte di un sistema di comunicazione mito-rito, perché contiene una sapienza profonda, raffinata, complessa il cui enorme valore morale si può cominciare a cogliere solo ora, grazie ai metodi e ai contenuti delle scienze etnoantropologiche. Essi ci rendono anche consapevoli di quali disastri comunicativi incombano sui contraenti la comunicazione quando essa non è più mediata dai codici metaforici del pensiero magico-religioso. Senza di essi la relazione comunicativa si sbilancia a favore di chi riesce a prevaricare e a rendere incorreggibili gli errori, perché riesce a far ammutolire la vittima. In tal modo l’intero sistema comunicativo è consegnato alla catastrofe, all’estinzione.
Avulsa dal sistema mito-rito, la parola è svuotata del potere normativo che in tale contesto svolge. Per questo assistiamo alla clamorosa sconfitta delle leggi scritte, con le quali è più facile imbrogliare le matasse che sbrogliarle, cioè difendere e proteggere un colpevole, piuttosto che aiutare nel suo diritto un innocente (fatta la legge, trovato l’inganno). Ciò vale anche per le leggi delle grandi religioni e per le prediche filosofiche e morali (dalle quali la psiche si protegge con provvidenziali attacchi di sonnolenza).
Il dover tenere gli occhi chiusi sotto sanzione, costituisce una strategia paradossale che incoraggia ad aprire gli occhi dell’anima (il sognare Santa Lucia) e mette in movimento un complesso sistema di processi psichici, in primis il senso del mistero, una forma di attrazione specie-specifica nei confronti della paura e dell’ignoto che, se lasciata a sè stessa e non “trattata” ritualmente può produrre incubi e follia. Per questo Santa Lucia come entità “numinosa” porta in sè i due aspetti del “fascinans” e del “tremendum” ed educa al sentimento religioso inserito nell’identità di specie (R. Otto).
Esso come qualunque altro aspetto del genotipo si esprime nel fenotipo solo in presenza di precise condizioni ambientali. Nel nostro caso senza i metacodici del mito-rito, la percezione del sacro si scinde e oscilla in modo catastrofico fissandosi o sulla paura (terrore notturno, incubi) o sulla chiusura narcisistica (evasione dal principio di realità). Come è noto la specie umana è la più curiosa tra tutti i primati Ma questa curiosità deve, dalla cultura, venir rivolta a oggetti non fuorvianti canalizzando le energie cognitive in modo non dispersivo, ma ben mirato verso mete utili alla maturazione di una personalità autentica e autonoma armoniosa e felice.
La proibizione di “vedere” Santa Lucia, data l’ambivalenza della psiche, mette in movimento la più sana e la più taumaturgica delle curiosità: la curiosità nei confronti del mistero, nei confronti della percezione di una presenza di forze occulte, non visibili con gli occhi, ma con l’intuito della seconda vista, sviluppata dagli sciamani, o del terzo occhio di Shiva.13 E attiva il profondo desiderio di poter un giorno, come i grandi, “vederla” e “parlare” con Lei. Ma intanto il bambino si domanda: sono stato abbastanza bravo per meritare i regali? Forse in qualcosa ho sbagliato. Riceverò quello che ho chiesto? Interveniva poi, prima di piombare nel sonno ristoratore, un momento magico di meditazione estatica, in cui tutto sembrava fermarsi: i pensieri, il respiro, persino gli strani scricchiolii e le sillabe soffocate. Tutto ammutoliva. Una dea della luce sacrificava la luce dei suoi occhi per ridare slancio al corso del sole e li offriva, su di un piattino. A chi? O forse li riceveva. Da chi? E si sentiva solo la voce del silenzio in cui la vita cosmica era sospesa per un magico, eterno istante.
Al risveglio che emozione, che felicità: i regali desiderati erano lì, sul tavolo. Ricordo il volto radioso dei miei genitori. Che fortunati! Loro sì che avevano visto Santa Lucia, Le avevano parlato. Quanta gratitudine per essere stati perdonati! Poco per volta mi accorsi che i doni punitivi non comparivano mai. Conoscevo una sola persona così buona. Era la mia mamma.
Forse… era lei Santa Lucia. Anche perché, se gli occhi rimanevano chiusi, in compenso le orecchie erano ben aperte e i rumori soffocati sembravano venire dalla cucina, da un ripostiglio che cigolava con un sibilo particolare…
La percezione della grande responsabilità insita nel delicato momento di passaggio dal “non sapere” (non vedere) al “sapere” (vedere), chi è Santa Lucia e la preoccupazione di riuscire a gestire questo passaggio in modo non traumatico, nella corretta interpretazione del mito-rito, è molto comune tra i genitori. È una necessità profonda, che è stata anche documentata da un’inchiesta del settimanale Mondo Padano.14 Ebbene, essa costituisce una costante antropologica, la cui funzione iniziatica universale sta, come ha ben inteso nel suo editoriale Floriano Soldi, in una “delusione che rappresenta un passaggio obbligato dal mondo della fantasia a quello della realtà”.
In quell’occasione suo padre si comportò da provetto sciamano, svelando la verità al figlio nel momento più adatto: quello in cui il bambino era “pronto”, perché già aveva. elaborato attraverso la propria ricerca personale quel processo di crescita psicologica verso la generosità e l’altruismo che ora necessitava di una sola parola per fare salva l’anima: la conferma del genitore.
Momento veramente sacro quello in cui in un abbraccio chiarificatore si condivide la raggiunta capacità di donare!
Santa Lucia appartiene ad una nutrita teoria di portatori magici di doni:15 la Befana, Babbo Natale, San Nicola, i Magi, Gesù Bambino e anche i Morti che in Sicilia costituiscono Santa Lucia portando doni ai Bambini il 2 di Novembre. Tratto comune, non casuale, è quello che “La sera noi bambini andiamo a letto presto, perché durante la notte i Morti girano per le case e portano regali ai bambini buoni, mentre a quelli che si sono comportati male, portano carbone”.16 Interessante è la variante per cui i doni sono accompagnati da biglietti che contengono messaggi di lode o ammonimenti e consigli. Tutti questi donatori magici hanno riscontri folklorici sui quali esiste un campo aperto di studi che li connettono, loro volta, ai riscontri etnologici dei maghi-iniziatori tribali che, in un contesto di complesse recursioni mito-rito, procedono al disvelamento dei “misteri” e del significato magico degli oggetti liturgici, maschere incluse. Alfonso di Nola, storico delle religioni, sulla, scorta di un ampio quadro comparativo, ha portato l’esempio della cultura degli indigeni della Nuova Guinea e dell’Australia (Aranda).
«Presso tali popolazioni, nell’età che precede l’iniziazione puberale, i bambini sono atterriti da un rumore tonante e prolungato che viene dall’interno della foresta e regolano le loro azioni in rapporto al potere punitivo presente nell’essere mostruoso che fa sentire la, sua voce e che punisce e compensa. Nell’iniziazione, quando il pubere è introdotto e isolato nel campo della ritirata iniziatica, gli adulti, dopo averlo sottoposto a dure prove fisiche, gli rivelano che il frastuono tremendo da lui ascoltato è prodotto soltanto da una pietra a forma romboidale legata ad una liana, girata sempre più vorticosamente in aria, in modo da emettere il rumore temuto.
Da quel momento il bambino sarà responsabile delle proprie azioni e il mistero che lo aveva impaurito svanisce».17
Ma per accedere ad un mistero più grande perché d’ora in poi sarà lui a “creare” gli oggetti di culto, intagliare totem, dipingere maschere, siglare mandale effimeri sulla sabbia, imprimere graffiti durevoli sulle pareti delle caverne, delle case, dei templi, suonare strumenti cantare e danzare in sacre rappresentazioni mimetiche. In questo passaggio il bambino conquista la condizione umana reale, quella dell’uomo metaforico produttore di un linguaggio che incessantemente connette il mito al rito e viceversa. Un linguaggio complesso la cui problematica sta impegnando la ricerca scientifica antropologica transdisciplinare, da più di un secolo. Essa ha per il momento chiarito come nelle società di interesse etnologico e di conseguenza nelle sopravvivenze folkloriche, la protagonista della trasmissione integrale della cultura è un’intera società educante che elabora strategie pedagogiche molto sofisticate nella struttura profonda, ma facili da gestire purché si rispetti la tradizione, per sviluppare nei bambini la disponibilità al dono socializzato.
Il bambino non è abbandonato al trauma delusorio, ma sapientemente coinvolto dallo sciamano nell’arricchimento emozionale e cognitivo della partecipazione al gioco sacro degli adulti (illusorio). Dalla gioia di ricevere, alla felicità di farsi donatore, come la natura; dal ruolo di spettatore a quello di attore sociale, il passaggio al principio di realtà, viene fatto scaturire dalla codificazione magico-religiosa dell’immaginario da una sintassi della fantasia. Il passaggio al principio di realtà non corrisponde al buio di una dissacrazione, di una condizione di umiliazione, privazione di dignità, soggezione impotente, ma addirittura come accesso al sacro magico, un salto entusiastico nei valori etici e cognitivi del gruppo di appartenenza nel quale il bambino può appropriarsi insieme all’identità culturale, etnica, dell’identità di specie, nella dignità, nell’autostima, nel sentirsi parte attiva, consapevole, benefica capace di collaborazione con i cicli cosmici, anche se sono immersi nel mistero. Un mistero che in quanto tale esiste ed è sacro. Un mistero che è anche in noi e ci fa sacri, e ci fa rispettare la forza misteriosa che ci spinge e tener viva la tradizione di Santa Lucia e ad indagare nell’abisso antropologico dei suoi valori.

 

Note
1. Zuanetti Sergio e Scattolini Gloria, La vera storia di Santa Lucia, Ed. Demetra, 1999, Firenze.
2. Zuanetti Sergio e Scattolini Gloria, op. cit., pag. 24-25.
3. Zuanetti Sergio e Scattolini Gloria, op. cit., ivi pag. 25.
4. Zuanetti Sergio e Scattolini Gloria, op. cit., pag. 30.
5. Galmozzi GianMario, S. Lucia, l’incanto dell’infanzia perduta, in Nostalgia di tradizioni in Val Padana, 2000, pag. 82.
6. Di Nola Alfonso, Prefazione all’opera di Sacchettoni Carlo, La storia di Babbo Natale, Ed. Medoterranee, 1996, Roma, pag. 9.
7. Bertocchi Antonia, La notte di Santa Lucia tra storia e leggenda, La Provincia, quotidiano Cremona 5/12/1984. Bertocchi Antonia, La Festa della Luce, Paginone a colori di Mondo Padano, settimanale, Cremona, 6 Dicembre 1997. Per approfondire la conoscenza dell’asinello si veda: Bertocchi Antonia, L’asinello di Santa Lucia e di San Nicola: un aiutante magico venuto da lontano”, Strenna dell’A.D.A.F.A. per l’anno 2002, Cremona, Vol XLII.
8. La Bibbia in lingua corrente (1986) Ed. Elle Di Ci Leumann, Torino, recita: Proverbi di Salomone (13.24): «Chi non usa il bastone, non ama suo figlio, ma chi l’ama si affretta a rimproverarlo». Proverbi di Salomone (19.18): «Correggi tuo figlio fin che c’è speranza, ma non arrabbiarti fino ad ammazzarlo». I trenta proverbi (23-12): «Non temere di educare un ragazzo con severità. Anche se lo batti col bastone, non morirà. Anzi, se lo batti col bastone gli salverai la vita».
9. Sugli studi di Milgram e Zimbardo si veda la sintesi in lingua italiana in: Eysenck Hans e Michael, La mente nuda, Ed. Rizzoli, 1982, Milano ai cap. 3º (I pericoli dell’ubbidienza Stanley Milgram-Yale University) e 4º (L’esperimento del carcere di Stanford-Zimbardo). La bibliografia originale in linuga inglese è riportata nell’opera citata. Il discorso è stato di recente ripreso e rielaborato da Mario Giordano in un racconto (The black box), che ha ispirato il film “The Experiment” del regista tedesco Olivier Hirschbiegel. Un thriller molto atteso.
10. L’espressione «fogna del comportamento» è stata coniada dal Calhoun J.B. (1958) (“Space and the strategy af life”. Ristampato in: ESSER ed. “Behaviour and Environment” Plenum Press New York, 1971). Essa consiste nella manifestazione di gravi disturbi del comportamento come esasperazione dell’aggressività fra conspecifici con combattimenti cruenti e mortali, perversioni sessuali e sterilità, allorquando i membri di una specie vengono costretti al sovraffollamento. Il Bertacchini ha dimostrato come, verificata sui ratti deritualizzati, questa teoria sia valida per i mammiferi e per la specie umana se sottoposti ad analoghe condizioni. (Bertacchini Pier Augusto, La zona cuscinetto in Il sistema segnale-comportamento nella psicología comparata, Ed. Cappelli Bologna, 1974, pag. 30 e seg.).
11. Cadonati Roberto, L’efficacia comnicativa in politica, Intervento al Convegno della Scuola Politica Federale della Lega Nord, 2002, Fiera di Verona, Verona 9-10 Febbraio 2002. Edizioni Centrostudi s.n.c. & LEIT & C. s.a.s. Bergamo-Milano. Per la precisione, in base ad una sintesi di studi di epistemologia cibernetica, il contenuto verbale del messaggio comunicativo, è per il 7% conscio (verbale) e per il 93% inconscio (38% paraverbale e 55% non verbale).
12. Il “dono” di Santa Lucia costituisce, dal punto di vista etnoantropologico, un dono magico in quanto viene giocato nella relazione triadica del “dare” (da parte dei genitori nei confronti dei figli), del “ricevere” (da parte dei figli) e del “contraccambiare” (da parte dei figli nei confronti dei loro bambini quando essi stessi diventeranno genitori). E questo proprio per evitare di degenerare nella relazione diadica del “do ut des” che chiude la relazione nell’ambito egoistico e mercidificatorio, con la conseguenza di renderlo perverso (Jean Starobinsky). Il dono contiene una potenza magica che i Maori chiamano “hau”. Marcel Mauss nel suo Saggio sul dono (ed or. 1923-1924) in Teoria generale della magia e altri saggi, Torino, Einaudi 1965, analizza in quale modo il sistema delle prestazioni sociali totali, governato dallo “hau” (il dare-ricevere contraccambiare), crei coesione tra i gruppi sociali e come tale elemento coesivo diventi il baluardo contro il pericolo del caos e della guerra. Lo “hau” può essere considerato come la forza magica immanente nel dono che lo costringe a circolare a vantaggio della comunità. Il dono perverso invece è quello privo di codificazione magico-religiosa che quindi crea discordia (Si pensi al vaso di Pandora, alla mela di Paride, e alla mela che Eva porge ad Adamo). Per gli approfondimenti: Starobinski Jean, A piene mani, Dono fastoso e dono perverso, Einaudi, 1995, Torino.
13. La seconda vista dello sciamano, la chiaroveggenza profetica che consegue all’accecamento, fanno passare dalla percezione distintiva dei due occhi, alla percezione unitiva, alla visione sintetica che costituisce la funzione del terzo occhio di Shiva. “Il terzo occhio indica la condizione sovrumana, quella in cui la chiaroveggenza raggiunge la perfezione, e più in alto la partecipazione solare” (Voce: Occhio in: Chevalier J. e Gheerbrant A., 1989, Dizionario dei simboli, B.U.R., Milano vol. II)
14. “Santa Lucia vista da bambini, genitori e insegnanti”. Inchiesta in Mondo Padano, settimanale, Cremona 13/12/1997.
15. Sacchettoni C., op. cit., 1996.
16. Classe 5º di Palazzo Pignano (Cremona) – Classe 5º di Naso (Messina): “Dalla nebbia alla lava dell’Etna”. La scuola unisce Nord e Sud in un’esperienza didattica. In: Provincia Nuova quadrimestrale della Provincia di Cremona. Numero 3 – Dicembre 2000.
17. Di Nola A., op. cit., pag. 10.

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2 Risposte to “Il dono di Santa Lucia illumina le ragioni del cuore”

  1. sergio zuanetti on giugno 5th, 2009 12:54

    Ha ragione, ha perfettamente ragione su tutto. Mi lasci per favore almeno il Castaldo, non so a casa sua, ma a casa mia Santa Lucia è sempre venuta a casa mia col Castaldo e io ho sempre messo il bicchiere di vino per il Castaldo. Già che c’è mi lasci anche il campanello, visto che ne ho sentiti e ne ho suonati tanti.
    Mi spiace per il disturbo che le ho arrecato per dover correggere le mie indicibili aberrazioni.
    Mi scusi e mi scusino anche i suoi bambini… che sicuramente lei avrà…
    Con stima
    Sergio Zuanetti

  2. pub stiloso on febbraio 1st, 2017 12:25

    è da cіnque ore chе navigo e ill tuo sito è laa prima cosa convincente chᥱ ho trovato.

    Proprio affascinante. Se tutte le persone che creano pοst badasssero
    ɑ offrire mateгiale avvincente come questo
    il web sarebbe sicuramente molto pіùеfficace. Grazie!!

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