L’antropologia di Antonia Bertocchi

Pubblicato su:
Antonio Guerci, Stefania Consigliere, Simone Castagno (a cura di), Il processo di umanizzazione, Atti del XVI Congresso degli Antropologi Italiani (Genova, 29-31 ottobre 2005), Edicolors Publishing, Milano 2006, p. 111-120.

 
Questa comunicazione parte del concetto Tyloriano di cultura (prescientifico) e lo confronta con quello relativistico di cui individua e descrive gli errori, al fine di proporre una riformulazione del concetto antropologico di cultura, alla luce della biologia evoluzionistica e dell’epistemologia cibernetica.
Ritengo che nulla sia più devastante, per la nostra disciplina, del vagabondare nelle menti degli antropologi di un concetto di cultura privo di statuto epistemologico.
Confido, sulla base delle relazioni portate ai congressi AISEA 2003 (Bertocchi A. 2005 a), ICAES 2K3-2003 (Bertocchi A. 2005 b), e A.A.I. Chieti, 2003 (Bertocchi A. 2005 c), di poter offrire elementi di riflessione e discussione utili per la tessitura di un’assiomatica di base delle scienze antropologiche che ne renda praticabile la transdisciplinarietà ovvero, il dialogo critico, serrato e costruttivo, tra antropologi fisici, bio-evoluzionistici e culturali.
Credo che solo a partire da questo dialogo si potranno porre i fondamenti di una riappropriazione del processo di umanizzazione.

Confronto tra il concetto antropologico di cultura e quello relativistico

Un concetto antropologico di cultura era stato formulato dal Tylor (1871, trad. it. 1985-1988) in questi termini: “La cultura o civiltà, intesa nel suo ampio senso etnografico, è quell’insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l’arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e abitudine acquisita dall’uomo come membro di una società”.. “La caratteristica della razza umana che maggiormente contribuisce a rendere possibile lo studio sistematico della civiltà è quello straordinario consenso tacito o accordo che finora ha indotto intere popolazioni a unirsi nell’uso della stessa lingua, a seguire la stessa religione e la stessa norma consuetudinaria, ad attenersi in allo stesso livello di arte e conoscenza”.

L’interesse di questa definizione, sta nel fatto che essa possiede un impianto epistemologico di tipo sistemico, ante-litteram, che possiamo riscontrare nella percezione della complessità (cultura come insieme complesso) e nella auto-normatività (il consenso tacito e spontaneo alle norme: autoregolazione). Inoltre essa esprime intenti “sistematici”, parola che non va considerata equivalente a “sistemici”, ma che possiamo considerare tale di fatto, stante, ai tempi del Tylor, la mancanza di una formalizzazione teorica dei sistemi. Egli, con preveggenza, utilizza idee sistemiche precorrendo e fornendo i presupposti di quell’operazione che qui sto conducendo, di una rifondazione ingegneristica del concetto antropologico di cultura, per la quale tengo conto anche della lezione di Malinowsky B. (1944).

La cultura umana, infatti, come quella degli animali, non è stata elaborata a tavolino, ma, come tutti i sistemi bio-sociali co-adattativi, è stata codificata dalla selezione naturale che ha premiato le mappe cognitive ecologicamente valide indipendentemente dal fatto che il sistema elaboratore ne sia stato consapevole (Wilden A. e M. Coe R. 1978: Errore; Bertocchi A. (2005 b), 2005c) (Lewontin R. 1987 pp. 25-26), ma complessificando la sua norma di reazione (Lewontin R. 1987 pp 25-26).

Il concetto Tyloriano è stato elaborato in base alle osservazioni delle società di interesse etnologico che hanno codificato le loro relazioni con l’ambiente nello spazio e nel tempo nei contenitori simbolici dei loro sistemi complessi mito-rito. Complessità che è stata percepita dall’osservatore, ma il Tylor, mancando di una epistemologia sistemica, ha inevitabilmente commesso due errori che il relativismo ha subito fatto propri, con molti altri: il primo, proiettare l’idea sistemica tratta da veri sistemi sociali, sulla “civiltà” dell’Occidente, responsabile del processo di disumanizzazione; il secondo, di porre sullo stesso piano le culture di interesse etnologico, co-adattative, sistemiche, umanizzanti, con la nostra sedicente “civiltà” (errore di simmetrizzazione: Wilden – M. Coe R. ivi).

L’espressione “La cultura o civiltà” dunque, contiene già in sé un’insidia relativistica: un errore catastrofico che l’antropologia avvalorerà in modo attivo e passivo, per la condizione di incomunicabilità tra antropologi fisici e culturali. La distruzione attiva è stata operata in base al fatto che l’antropologia culturale accademica è composta prevalentemente da studiosi di estrazione umanistica provenienti dai campi della letteratura, della filosofia, della sociologia, della pedagogia, della psicologia, delle arti, che sono digiuni degli strumenti epistemologici atti a cogliere il valore sistemico del concetto Tyloriano di cultura e a lavorare sui suoi fondamenti. Essi hanno pertanto adottato al riguardo un approccio di tipo insiemistico che ha sostenuto e che sostiene centinaia di definizioni relativistiche del concetto di cultura (Kroeber A. e Kluckhohon C. (1952); Rossi P. 1970). Paradossalmente proprio un’impostazione umanistica del concetto antropologico di cultura, lo ha disumanizzato, sommergendo il concetto Tyloriano in una marea di concetti relativistici tra i quali è posto sullo stesso piano, amplificando l’errore di simmetrizzazione in esso implicito, anziché bonificarlo.

Dal canto loro gli antropologi fisici e i biologi evoluzionistici hanno contribuito in modo passivo ad aggrovigliare la matassa degli equivoci perché, intenti a studi comparati, minuziosi e impegnativi dei reperti ossei dei primati umani e non umani, non hanno partecipato al dibattito sul concetto antropologico di cultura, lasciando spadroneggiare gli antropologi culturali, impantanati nel campo da loro stessi allagato.

Inoltre un’altra scissione percorre dall’interno i due grandi rami dell’antropologia fisica e culturale: la divisione confliggente tra posizioni laiche e cattoliche, nel merito di ciò che si debba intendere per “Anthropos”. La problematica è stata ripresa di recente e portata al largo pubblico da L. Caraffa (2004) e la sua attenta disamina mostra come entrambe le posizioni siano responsabili di pratiche deculturanti convergenti nel disprezzo della componente magico-religiosa che distingue le culture di interesse etnologico dalla nostra pseudo-cultura. I loro contenitori simbolici infatti, sono dai laici irrisi come non razionali e dai portatori di cultura ebraico-cristiana demonizzati. Gli uni li distruggono con la mercificazione o con la musealizzazione de-contestualizzante, quali oggetti voluttuari o reperti, gli altri li distruggono bruciandoli come feticci stregoneschi.

Là dove, per contro, nei più recenti congressi, ho dimostrato il valore dei Contenitori Simbolici quali codificatori di Ecofonti (Bertocchi A. 2004 a), 2005 b), c) all’interno dei sistemi ricorsivi mito-rito. Vere e proprie mappe cognitive ecologicamente valide che hanno permesso la sopravvivenza a lungo termine della nostra specie e ci hanno guidato nel processo di umanizzazione, anzi, grazie ai quali la nostra specie ha potuto autogovernare il processo di umanizzazione.

Il mio discorso si innesta su quello dell’ecologia culturale che a partire da Steward J.H. (1955) si propone di “individuare i processi di adattamento di una società all’ambiente e di determinare le trasformazioni che tale adattamento comporta nella struttura sociale e i mutamenti evolutivi che questi meccanismi possono produrre” (Comba E. in Fabietti U. e Remotti F. -a cura di-1998, voce: “Ecologia culturale”).

Questa scuola si è occupata prevalentemente delle tecnologie di sussistenza e di cultura materiale, ma con Sahnlis M.D. (1987; 1994), è iniziata una riflessione sui fondamenti simbolici dell’attività pratica, e con Rappaport R. (1968, 1971; 1979), è stata accolta la lezione di Bateson (1936) sulle applicazioni dell’epistemologia cibernetica al rito magico-religioso. Epistemologia del sacro immanente che Bateson svilupperà lungo il corso di tutta la sua opera nel celebre paradigma dell’Ecologia della mente (Bateson G. 1976, rist. 1985; 1984; 1989; 1997).

Bateson ha individuato e modellizzato le componenti della dinamica della crisi ecologica responsabile del processo di disumanizzazione in atto come effetti cumulativi ed autocatalitici di quelle idee errate che ha messo sotto accusa quali “Patologie dell’Epistemologia”.

Processo di disumanizzazione

Le sue principali componenti sono state individuate e modellizzate da Gregory Bateson nelle loro recursioni dinamiche e nei loro effetti cumulativi che dimostrano come la loro micidiale interrelazione porti alla autodistruzione autocatalitica dell’ecosistema terrestre e di ogni altra specie compresa la nostra.

Le idee che dominano oggi la nostra civiltà risalgono nella forma più virulenta alla rivoluzione industriale. Esse si possono così riassumere:

a) Noi contro l’ambiente.
b) Noi contro altri uomini.
c)  È il singolo (o la singola compagnia, o la singola nazione) che conta.
d)  Possiamo avere un controllo unilaterale sull’ambiente e dobbiamo sforzarci di raggiungerlo.
e)  Viviamo all’interno di una “frontiera” che si espande all’infinito.
f)  Il determinismo economico è cosa ovvia e sensata.
g)  La tecnica ci permetterà di attuarlo

Noi sosteniamo che queste idee si sono semplicemente dimostrate false alla luce delle grandi, ma in definitiva distruttive, conquiste della nostra tecnica negli ultimi centocinquant’anni. Allo stesso modo esse si rivelano false alla luce della moderna storia ecologica. La creatura che la spunta contro il suo ambiente distrugge se stessa.

La dinamica della crisi ecologica secondo Bateson

Fig. 1 – La dinamica della crisi ecologica. La crisi ecologica si deve alle “patologie dell’epistemologia”. G. Bateson: Verso un’ecologia della mente Adelphi Milano 1976 Parte 6° pag. 498-515.

Il loop di L. Von Bertalanffy

Fig. 2 – Ponendo in relazione il modello di Bateson con quello del Loop del Bertalanffy L. Von (1983), spiegato in Bertocchi A. (1994 pp 22-23) riusciamo ad evidenziare le due fasi della catastrofe ecologica, dall’esplosione autocatalitica, all’implosione del Loop, ovvero l’autostrangolamento mediante cappio.

Lo schema di Ashby e la dea Nut

Fig. 3 – A sinistra, lo schema di Ashby per il comportamento adattativo, è tratto da Cliffe M.J.: A Cybernetic perspective on Schizophrenia, in: Cybernetic, Vol XXVIII. N. 1, 1985. A destra – Nut: Contenitore simbolico della Dea del Cielo, modellino ricavato da una figura all’interno del Tempio di Denderah che sta a significare la rinascita quotidiana del sole. Da J. Ries, Il simbolo e il linguaggio simbolico, in Le religioni, le origini. Jaca Book, Milano 1993, p.119.

In questa pagina (tratta da Bertocchi A. 2004b pag. 49 viene evidenziato l’isomorfismo tra lo schema di Ashby per il comportamento adattativo e il contenitore simbolico della Dea Nut nel suo aspetto dinamico di rigeneratrice quotidiana del ciclo solare.

Lo schema di Ashby, modellizza in modo ingegneristico e sistemico la cibernetica del pensiero magico (mitopoiesi-ritogenetica), che la scena di Nut modellizza in modo iconico a dimostrazione scientifica che il modo di pensare sistemico ha i suoi fondamenti epistemologici nel pensiero magico e che la capacità di prendere coscienza della sua struttura profonda, risale a tempi molto antichi.

Il relativismo culturale come patologia dell’epistemologia

Il relativismo culturale è nato come reazione al Nazismo, all’etnocentrismo e al razzismo. L’impostazione scientifica di questi problemi è recente e si deve a Chiarelli B. (2003-2004, Vol. III cap. IV: Razzismo, conseguenze etiche di un falso).

Teorizzato da Herskovits M. (1960), ha avuto i suoi antecedenti nel classico “Modelli di cultura” di Ruth Benedict (1934) e la sua agonia nelle pretese della “culturologia” di teorizzare la cultura come un “superorganico” (Kroeber A. L. 1917 e 1952), irriducibile a elementi biologici e psicologici (White L. 1949).

Una agonia che ancora produce miasmi pestilenziali che soffocano le potenzialità dell’antropologia come prezioso serbatoio di autoconoscenza.

Infatti il principio di fondo delle relativismo sta nel postulato secondo il quale “ogni comportamento va giudicato all’interno di una certa società e unicamente in base alle sue categorie di valore” (Herskovits M. 1960 in Tullio-Altan C. 1983 cap. 9 pag. 72).

Le intenzioni erano lodevoli: impedire che l’ etnocentrismo, sentimento universale di per sé stesso utile a corroborare l’identità etnica e l’adattamento sociale, degenerasse in quei contesti di giustificazione del crimine, in quelle presunzioni di superiorità culturale e razziale che furono proprie del Nazismo, ma che continuano anche se in forme più ipocrite nella cultura euro-americana neocolonialista, multinazionalista e mondialista.

Peccato però che paradossalmente questo concetto giustifichi pienamente i comportamenti dell’ideologia razziale che predominava nel nazismo e sia potenzialmente presente in ogni forma di etnocentrismo criminale.

Per questo la Commissione per i diritti dell’uomo delle Nazioni Unite respinse la richiesta di Herskovits di includere i principi delle relativismo culturale nel suo codice internazionale. I suoi consulenti obiettarono che da un punto di vista relativistico sarebbe stato obbligatorio considerare il Nazismo una cultura, mentre ovviamente è chiaro che esso non ha il diritto a venir considerato tale.

Ciò nonostante le definizioni di cultura dominanti sono di stampo relativistico (Kroeber A.L. e Kluckhohon C. 1952: Rossi P. 1970) e sono state adottate acriticamente dai dizionari e dai mass-media, per cui la maggior parte delle persone le utilizza e le rielabora arbitrariamente, inconsapevole di maneggiare un esplosivo.

Ed è ancora più grave che alcuni accademici insistano in taluni eccessi: considerare come cultura persino la mafia (Satriani L.L. in Bertocchi A. 1986) o la “cultura esoterica” come una specie di insalata russa la cui ricetta secondo la Gatto-Trocchi C. 1993-1994 includerebbe tanto il pantano-satanista, quanto la gnosi e lo sciamanesimo, tanto la stregoneria, quanto la mistica extragalattica e la New Age (Gatto-Trocchi C. 1993,1994).

Dunque il concetto relativistico di cultura ingenera paradossi che mantengono e complicano gli errori. Lungi dall’ostacolare l’etnocentrismo esso lo rinforza, come ho dimostrato scientificamente nel Saggio con cui ho inaugurato l’applicazione dell’epistemologia cibernetica alla critica antropologica e alla meta-epistemologia (Bertocchi A. 1993).

Il fatto è che, sia a livello accademico che popolare, come dettano le definizioni dei dizionari, la cultura è considerata, non come un sistema, ma come un insieme di conoscenze, nonostante decenni di applicazioni della cibernetica alle scienze sociali (De Mauro T. 1999 voce: cultura).

Persino Morin (E. 2001), ne parla come di un insieme “dei saperi, delle abilità, delle regole, dalle norme, dei divieti, delle strategie, delle credenze, delle idee, dei valori, dei miti che si trasmettono di generazione in generazione; si riproduce in ogni individuo; controlla l’esistenza della società e mantiene la complessità psicologica e sociale. Non esistono società umane prive di cultura, ma ogni cultura è singolare”. Pur riconoscendo l’enorme contributo di Morin all’epistemologia della complessità, questa definizione di cultura manca di rigore. Somiglia ad altre definizioni nelle quali l’uso della parola complessità è associato alla riduzione degli elementi della cultura a singole parti di una collezione di oggetti, di cui vengono ignorate le relazioni gerarchiche e sistemiche e il modo in cui sono organizzati. È questo impianto insiemistico ad avvalorare una simmetrizzazione relativistica tra culture perché le riduce tutte a collezioni di oggetti che possono venire posti indifferentemente al servizio dell’adattamento socio-sistemico e coevolutivo uomo-società-natura, o al disadattamento; a servire e a descrivere un processo di umanizzazione, o, al contrario a servire e a descrivere un processo di disumanizzazione, quali si realizzano rispettivamente presso le società di interesse etnologico codificatrici del pensiero magico-religioso, o presso la nostra, tecnomorfa, mercificatrice, ecocida-etnocida-suicida, che perseguitando e sabotando il pensiero magico-religioso, ha sabotato se stessa.

Ritengo che l’approccio insiemistico alla complessità culturale, insito nel concetto relativistico di cultura, costituisca quella patologia dell’epistemologia che impedisce la bonifica delle altre. Intendo rimuoverla nel proposito di utilizzare la correzione di quest’errore catastrofico come strumento di dialogo tra antropologi fisici, bio-evoluzionistici e culturali perché possiamo lavorare insieme alla rifondazione di una Antropologia Generale al servizio dell’Uomo, del processo di umanizzazione.

Identificazione degli errori e della loro embricazione

L’errore del relativismo consiste in una erronea identificazione di Pattern (“Pattern recognition system” in Casali A. 1981-1982) ovvero nell’assegnare ad una classe una percezione che in realtà appartiene ad un’altra classe. Corrisponde al secondo ordine di errori descritti da Bateson G. (1976-rist. 1985 pp 311-312) che consiste nella scelta tra un insieme errato di alternative. Nell’uso di una mappa sbagliata (Wilden A. e M. Coe R. 1978 voce: errore). Esso è inevitabilmente autorinforzante. L’errore di considerare la cultura come un insieme di oggetti, anziché come un sistema di relazioni codificate in sistemi ricorsivi mito-rito adattativi, è stato trasferito alla sistema delle culture, che sono state poste tutte sullo stesso piano senza considerare la discriminante adattamento (umanizzazione) contro disadattamento (disumanizzazione).

Questi errori, innescati da processi di deculturazione, in parte ereditati inconsapevolmente, retroagiscono sui processi di deculturazione aggravandoli. Ne è conseguito un aggrovigliamento inestricabile che imprigiona sempre più la nostra pseudo-cultura nelle sue tragiche illusioni di superiorità sulla natura e di onnipotenza manipolatrice del genoma.

Un vicolo cieco che rendere irreversibile l’errore perché impedisce la metacomunicazione, ovvero la costruzione di una meta-epistemologia deputata ad occuparsi di ristabilire la corretta tipologia logica dei livelli di relazione sconvolte, sovvertite e riassemblate in modo contro-adattativo dall’epistemologia dominante nella nostra pseudo-cultura, tuttora afflitta dal dualismo cartesiano, in sé e fallace (Wilden A. M. Coe R.: errore cit. p. 688 e seg.).

La meta-epistemologia (Wilden A. M. Coe R.: errore cit. pp. 708-709) necessaria ci è fornita dalla cibernetica di secondo ordine, che studia il funzionamento dei sistemi tenendo conto del ruolo dell’osservatore nei “sistemi che osservano” (Von Foester H. 1987 pag. 11, 30,35) ovvero nei quali l’osservatore è ricorsivamente connesso al sistema osservato e come tale va considerato (Ugazio V. 1985 p. 81).

Essa ci permette di accorgerci della condizione di deculturazione che accomuna l’osservatore della cultura dominante alla pseudo-cultura che osserva. Non potrebbe mai uscirne se continuasse a considerare la sua una cultura in senso relativistico. Egli può accorgersi che si tratta di una cultura in senso antropo-illogico, solo e soltanto se, è in grado di riconoscere in una cultura quelle caratteristiche sistemiche che la rendono capaci di elaborare mappe cognitive ecologicamente valide, tali da consentirne l’adattamento alle più diverse nicchie ecologiche nello spazio e nel tempo (Bertocchi A. 2005 c) e stabilire l’opportuno confronto.

Il fenomeno “cultura”, in senso antropo-logico, è di tipo sistemico e domanda una epistemologia sistemica, sia per la codificazione delle mappe cognitive ecologicamente valide, che per la loro decodificazione, mentre invece è stato sottoposto al trattamento insiemistico che riguarda gli insiemi e la loro teoria. Dunque, una mappa in sé corretta è stata usata per un territorio diverso (Wilden A. M. Coe R.: errore cit. p. 710).

In modo in parte inconscio quest’errore ha invaso la teorizzazione relativistica della cultura ed ha instaurato una oscillazione catastrofica tra etnocentrismo e relativismo (Bertocchi A. 1993), tale da condurre al loro reciproco rafforzamento e a sostenere la disumanizzazione.

Un sistema danneggiato infatti, tende ad autocorreggersi distruggendo i responsabili dell’errore, che non possono sfuggire alla catastrofe che provocano, con manipolazioni ideologiche, ma solo con l’autocritica, il riconoscimento e la correzione degli errori offerta da una meta-epistemologia cibernetica.

In sua assenza, il concetto relativistico di cultura svolge un ruolo ulteriormente deculturativo in quanto induce una autopercezione distorta di che cosa debba intendersi per cultura. Autopercezione distorta che esso pretende di imporre anche a società ancora in grado di costruire, vivere e trasmettere cultura in senso pienamente antropologico, e bloccando a livello planetario il processo di sapientizzazione (elucidato in Chiarelli B. 2003 vol. I cap. XVII, 4 pag. 608 e seg.).

Esso si fonda sulla percezione cognitivo-empatica del sacro immanente codificata in riti di sacralizzazione delle relazioni uomo-società-natura. È questa sacralizzazione a far si che l’etnocentrismo indigeno (presente anche nei riti di ospitalità – Bertocchi A. 1993), contrariamente al nostro, sia innocuo e anzi fondi cooperazione infra-etnica e non razzismo, e non perfida giustificazione dei crimini di colonialismo economico, etnocidio, genocidio (Chiarelli B. 2004, Vol. III cap. VI). Tale epistemologia immanentistica e cibernetica è presente nel pensiero greco dell’antichità classica e della teologia egizia (es. Nut – Bertocchi A. 2004 b), ed è in parte sopravvissuta nella Magia Naturale del Rinascimento e nella tradizione ermetico-alchemica.

La componente relativistica della cultura è probabilmente responsabile della crisi crescente che sta attraversando il concetto di democrazia, per le sue applicazioni devastanti, all’insegna dell’esportabilità ad ogni costo (Canfora L. 2005;Vattimo G. 2005).

Persino l’attuale Pontefice, Benedetto XVI, ha espresso disapprovazione per quel “certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale” (Ratzinger J. 2002). Una relativismo spinto al rifiuto di ogni norma morale “radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato” (Ratzinger ivi).

Spero di essere riuscita a fornire a queste profonde istanze morali, elementi di un giusnaturalismo antropologicamente fondato, perché etnologicamente documentato e codificato in modo spontaneo, in quei capolavori di autoregolazione normativa, che sono costituiti dai contenitori simbolici dei millenari sistemi culturali adattativi, mito-rito.

Penso di aver contribuito a smascherare le insidie di un concetto relativistico di cultura che sino ad ora ha impedito il dialogo costruttivo tra scienze umane e scienze naturali, a vantaggio di una Bioetica Globale (Chiarelli B. 2004 vol. III cap. XVIII, 10).

Secondo il Prof. Chiarelli B. (2004 cit. p. 438), “la Bioetica… deve focalizzare i problemi connessi con la migliore sopravvivenza dell’Uomo, sia nella sua accezione di individuo, che è come specie”… e accomunare “in modo interdisciplinare informazioni provenienti oltre che dalle discipline biologiche tradizionali anche dall’Ecologia, dall’Etologia e dalla Sociologia, inquadrandole però in un’impostazione filosofica che abbia come centro focale l’Homo Sapiens come specie”. Inoltre… “questo spazio culturale della Bioetica niente toglie alla tradizionale visione teologica dell’etica che, per molti punti personalmente condivido. Anzi, da questa visione naturalistica, evoluzionistica e scientifica dell’etica della vita, proposta dalla Bioetica, a mio avviso la Teologia, o meglio una certa teologia cristiana, non può che trarne vantaggio, ammodernandosi e risvegliandosi per le problematiche del mondo attuale”.

Il Prof. Chiarelli cita inoltre, a conferma, un passo dell’allora Cardinal Ratzinger che, tra l’altro, invita gli studiosi a considerare il momento etico non come una cosa “imposta da fuori, dalla Chiesa”… ma come “interno alla scienza stessa, in quanto essa è agire umano. Questo deve essere oggi il grande tema del dialogo fra scienza, filosofia e teologia”. A questa problematica può dare certo una corretta impostazione lo studio delle strategie magico-religiose di introiezione spontanea delle norme sociali che rendono le persone iniziate, mature ed equilibrate, capaci di gestire in modo autonomo i conflitti di ambivalenza. Riattingere al sacro nella natura allora, vuol dire risacralizzare la conoscenza e riconciliarla con l’etica naturale. Impresa con cui si cimentò anche Spinoza B. (1972). Filosofo che dobbiamo assumere a riferimento costante per la sua idea di Dio come causalità necessaria e immanente e come Natura-naturans. Concetto in sé e cibernetico. Principi posti a fondamento di un etica “more geometrico demonstrata”, alla quale l’epistemologia della complessità potrebbe recare la modellizzazione cibernetica.

Concludendo, in prima approssimazione dobbiamo intendere la cultura in senso etno-antropologico come un sistema che possiede i requisiti di ogni sistema complesso bio-sociale adattativo (Wilson E.O. (1979); Wilden A. (1978: Comunicazione). Tra i quali: la teleonomia, la teleologia, la ricorsività, l’apertura, i livelli gerarchici e le tipologie logiche correttamente organizzate, il regime di libertà semeiotica nel rispetto del vincolo, l’autocorrettività, l’auto-organizzazione, la morfostasi, la morfogenesi, la coevoluzione, che conferiscono l’idoneità adattativa ad ogni membro sociale, nel rispetto della sua variabilità genetica e culturale.

Tutti concetti per i quali ho preparato gli opportuni approfondimenti nel contesto di un piano di studi riguardante una nuova disciplina da me fondata: l’Antropologia della Cultura Ambientale, che ho concepito come lo studio delle relazioni ricorsive tra i sistemi della natura e le codificazioni dei sistemi della cultura.

Che non si facciano illusioni, i rimestatori dei balbettamenti schizofrenici, pseudo-letterari, pseudo-filosofici, pseudo-teologici, pseudo-scientifici e pseudo-professionali.

“La campana suona a morto, per una teoria chiusa, frammentaria e semplicistica dell’uomo. Comincia l’era della teoria aperta, multidimensionale e complessa”, ammonisce Morin E. (1974).

L’alba di questa nuova era sorgerà quando antropologi fisici, bio-evoluzionistici e culturali, lasciati gli orpelli venefici del relativismo, porranno alla base delle loro riflessioni e ricerche il concetto scientifico di cultura, alla impostazione corretta della cui problematica spero di aver recato un utile contributo con gli argomenti offerti alla discussione in questa relazione.

Se vogliamo lavorare ad una Bioetica Globale, dobbiamo riappropriarci dello spazio antropologico usurpato dai dis-umanisti, siano essi letterati o creazionisti, e diventare, come dice Papa Ratzinger, Benedetto XVI, nel suo motto: ” Cooperatores veritatis “. Allora potremo raggiungere quella nuova unità della conoscenza, dalla biologia alla religione, che ci restituirà l’armonia meravigliosa (Wilson. E.O. 2000) che eternamente vive nel sacro immanente al cosmo, alla natura, e in noi stessi.

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Commenti

3 Risposte to “Il contributo del concetto antropologico di cultura al processo di umanizzazione”

  1. Ecoantropologia on agosto 30th, 2008 10:53

    […] Chissà cosa avrebbe detto la Montessori  di fronte a tanto spietato scempi dell’infanzia… e cosa possiamo dire e  fare noi  , come antropologi? Credo che  il discorso dell’Antropologia Pedagogica possa   incoraggiarci in un impegno  che potremo  assumerci  nella misura in cui  potremo essere supportati  dalla istituzione   di una   Facoltà di  Antropologa . che consenta di raccogliere le sparse membra della disciplina    e integrarle in una rete di relazioni sistemiche finalizzate alla  pedagogia sociale e alla diffusione  sia della storia dell’ Antropologia  in tutte le sua ramificazioni, incluse le implicazioni etiche che vivificano  tutta l’opera montessoriana e  che la  percorrono  come una corrente ad alta tensione. Se riusciremo a lasciarcene affascinare, a farle  nostre, potremo accedere  ad una  sostanza  etica  dalla  enorme portata praxeologia  ed epistemologica  nella quale  possiamo riconoscere i caratteri della  Bioetica Globale  il cui principio base consistente   nella  “ conservazione e la propagazione del DNA tipico della specie e il mantenimento della sua variabilità intraspecifica”. (Chiarelli B.  1998 http://www.biologiateorica.it/systemanaturae/art1998/07.htm). Principio che la Montessori ha sempre  difeso  nel contesto di una “Educazione Cosmica”( Programma in :  Montessori  M. 2007) precorritrice . degli attuali sforzi dell’Educazione ambientale”. Sforzi  che, come sappiamo  non sono in grado di portare  ad alcun cambiamento  delle strategie ambientali a livello socio- .politico perchè  privi di una epistemologia  antropologica. ovvero di un concetto antropologico ed ecologico di cultura .Infatti, come ho evidenziato (Bertocchi A. 2006 a);2008)  il passatempo preferito della cultura  dominante consiste nel consegnare il  dilemma  etnocentrismo-relativismo ad una oscillazione catastrofica che lo rende irresolubile , eludendo la corretta (in quanto antropologica )impostazione delle problematiche ecologiche e sociali. Pertanto  l’Antropologia  Bio-evoluzionistica. deve essere  posta alla base della riflessione Bioetica.   Essa tra l’altro ci insegna che nelle società animali, uomo compreso,  il mantenimento del DNA   specie   specifico, e la sua variabilità  infraspecifica   sino assicurate da regole specifiche di socializzazione. “Sono pertanto gli stimoli biologici  della socializzazione le loro norme etiche.”  Chiarelli B. (1993 p. 172 e seg.). Cure parentali( A), comportamento riproduttivo (B), cooperazione per l’acquisizione di cibo(D), cooperazione per la difesa del gruppo (E),   dipendono dalla biologia della specie (A,  B), dalle condizioni ambientali (C, D),  e nella specie umana  queste competenze vengono a supportare  il  processo di elaborazione della cultura, che costituisce un  processo di adattamento  praticato da tutte le società di interesse etnologico fino alle soglie della storia scritta ed alcune di esse, sopravvissute agli stermini della sedicente “civiltà occidentale”, ce ne danno ancora  modelli complessi  ed esemplari  ( Bertocchi A.  2007 a )   Per questo  le società umane presentano diversità culturali che altro  non rappresentano se non la codificazione delle relazioni con la nicchia ecologica che ha loro  consentito la sopravvivenza. L’attuale società   tecnologica  invece esacerbando gli errori del passato, ha tradito le sue naturali radici antropologiche,  per imboccare la via suicida della mercificazione   dello scempio di qualunque risorsa ecologica  possa suscitare ingordigia  e, per giustificare  questi crimini  ha  sviluppato quelle che Gregory Bateson   ha denunciato come “Patologie  dell’ Epistemologia (Bateson G.  1976, parte 6° pp .498-515) Argomento da me  puntualmente  inserito nelle relazioni Congressuali  ( Bertocchi A. 2006 a); 2006 b); 2008) http://www.ecoantropologia.net/2008/06/12/il-contributo-del-concetto-antropologico-di-cultura-al-pro… […]

  2. L’Antropologia Pedagogica di maria Montessori (1910): un tesoro nascosto da riscoprire : Ecoantropologia on settembre 10th, 2008 10:55

    […] Argomento da me  puntualmente  inserito nelle relazioni Congressuali  ( Bertocchi A. 2006 a); 2006 b); 2008) http://www.ecoantropologia.net/2008/06/12/il-contributo-del-concetto-antropologico-di-cultura-al-pro… […]

  3. water damage houston on settembre 10th, 2014 00:54

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